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16 luglio 2007

I repubblicani sfidano Bush sull'Iraq

Svolta al Congresso: anche i repubblicani sono scesi in campo, per la prima volta, con una proposta di legge per cambiare la politica del presidente George W. Bush sulla guerra in Iraq. Due autorevoli senatori repubblicani, John Warner e Richard Lugar, presenteranno una legge che obbliga il presidente George W. Bush a chiedere al Congresso una nuova autorizzazione per la guerra in Iraq e a presentare entro il 16 ottobre un nuovo piano strategico che include una riduzione delle presenza militare in Iraq a partire dalla fine del 2007.

"Molte delle condizioni che esistevano cinque anni fa quando autorizzammo l'invasione non esistono più o sono diventate irrilevanti per la nostra situazione", ha spiegato Lugar. "Dato l'attuale livello di violenza in Iraq, il risultato ottimale di un governo unificato, pluralista e democratico che sia in grado di mantenere la sicurezza, proteggere i confini e ottenere sviluppo economico non ha molte possibilità di essere raggiunto in un prossimo futuro", afferma il testo della proposta di legge.

A Bush viene chiesto di presentarsi al Congresso e delineare una strategia con compiti ridotti per i militari Usa rinunciando a "voler controllare la guerra civile o la violenza settaria" in Iraq. Gli sforzi Usa dovrebbero essere concentrati su protezione dei confini iracheni, operazioni specifiche contro i terroristi e protezione dei beni americani. La mossa dei due senatori repubblicani giunge dopo che la Camera aveva approvato nella notte fra giovedì e venerdì una misura che prevede l'inizio del ritiro delle truppe Usa entro 120 giorni, da concludere entro l'aprile 2008. Ma il provvedimento, che sfida la minaccia di veto del presidente George W. Bush, è passato per 223 voti a 201: solo quattro repubblicani l'hanno sostenuto. E' una maggioranza stretta ben lontana, per mancanza ancora di 70 voti, dal livello necessario per superare il veto presidenziale. Il conto dei voti è frustrante per i democratici anche al Senato dove hanno bisogno di almeno 60 voti per superare i blocchi procedurali repubblicani e almeno 67 voti per sconfiggere un veto del presidente. Una legge che due giorni fa chiedeva più riposo in patria per i soldati Usa in missione in Iraq ha ricevuto l'appoggio solo di 7 repubblicani: i 56 voti ottenuti erano insufficienti a superare l'argine dei 60 previsto dai regolamenti.

Ma i democratici vogliono continuare a presentare leggi al Congresso per creare pressione continua sui parlamentari repubblicani (specie quelli, e sono tanti, che dovranno presentarsi al giudizio dell'elettorato nel 2008) e di riflesso sul presidente Bush. Per la Casa Bianca il fattore vitale è il tempo. Bush ha detto che non prenderà alcuna nuova decisione fino al 15 settembre quando il generale David Petraeus (il responsabile delle forze americane in Iraq) e l'ambasciatore americano a Baghdad Ryan Crocker presenteranno un atteso rapporto, voluto dal Congresso, sul successo della nuova strategia. Bush ha bisogno di poter mostrare progressi, di poter vantare un successo prima di iniziare l'inevitabile fase di ritiro delle truppe.

Il rapporto temporaneo presentato giovedì al Congresso non offriva grandi segni di incoraggiamento sui 18 obiettivi fissati per il governo del premier Nuri al-Maliki. Il segretario di stato Condoleezza Rice ha fatto  il giro delle tv Usa per ribadire la sua fiducia in Maliki. "Dobbiamo riconoscere che il governo di Nuri al-Maliki sta cercando di fare una cosa molto difficile - ha detto la Rice - Dobbiamo continuare a dar loro il nostro sostegno e, cosa molto importante, dobbiamo evitare di dare giudizi prematuri". La Rice ha difeso a spada tratta Maliki: "E' una persona che cerca di fare il meglio possibile per il suo Paese ma non può agire da solo, ha bisogno di aiuto - ha detto - sta cercando di portare cambiamenti fondamentali al Paese e non è una impresa facile".

Il presidente Bush ha parlato in video conferenza a lungo con l'Iraq, dalla Casa Bianca  per incoraggiare i tentativi delle autorità irachene e dei militari e civili americani a stabilizzare la situazione nell'ex paese di Saddam Hussein. Nello stesso tempo il generale Benjamin Mixon, parlando da Baghdad ai media a Washington, ha ammonito che "vi sarebbero gravi conseguenze in Iraq" se le truppe americane si ritireranno prima del tempo dovuto. Ma una riduzione dell'impegno militare Usa è inevitabile: a partire dal prossimo aprile il Pentagono, per motivi di rotazione, dovrà ritirare una brigata al mese e la sostituzione é destinata a creare notevoli problemi. Per Bush il grande interrogativo è adesso quale momento scegliere per annunciare la riduzione delle truppe, che dovrà avvenire per ragioni militari, come ha sempre detto, e non per calcoli politici. Ma per fare questo la Casa Bianca ha bisogno di ricevere dai militari in Iraq almeno una buona notizia. E finora questo non é successo. (AmericaOggi)


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