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"The tree of liberty must be refreshed from time to time with the blood of patriots and tyrants. It is its natural manure"

Thomas Jefferson


"Democracy is two wolves and a lamb voting on what to have for lunch. Liberty is a well-armed lamb contesting the vote"

Benjamin Franklin




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17 dicembre 2009

Cosa regalo al mio amico ne*ro quest'anno?

... è la domanda a cui vuol rispondere una delle guida che l'autorevole New York Times ha lanciato per questa stagione natalizia. "Non è difficile trovare un regalo fatto da e per la gente di colore", è il sottotitolo a firma dell'afroamericana Simone S. Olivier.

La guida è varia, si va dalle sciarpe ai videogiochi di Barack Obama per i bambini, dalle crociere a particolari make-up. Non solo per appartenenti alle comunità nere, ma anche asiatiche e ispaniche.

In realtà la notizia non sarebbe tale (perché è evidente nel sottotitolo lo scopo della guida: individuare prodotti fatti da aziende afroamericane etc... una sorta di made in black, o in yellow, o in latin che può far apprezzare di più il regalo a chi fa parte di quelle comunità... ma anche a chi non ne fa parte), ma vedere la parte peggiore dei conservatori - quelli che a distanza di un anno continuano ancora a dire che Obama non è nato in America, o che è musulmano - accusare di razzismo il NYT e i fanatici democratici del politicamente corretto girarsi intorno incerti sul da farsi e in preda ad una crisi di identità - il giornale che ho seguito per anni è razzista? l'afroamericana Olivier è razzista? io sono razzista? - è veramente divertente. Per non parlare poi dei bloggers italiani che commentando la notizia cercano di fare ironia ipotizzando guide "per gente dagli occhi azzurri e capelli biondi" in preda a crisi di antiamericanismo compulsivo.



14 dicembre 2009

Houston, abbiamo un problema...

... o almeno così (probabilmente) la penserà la fetta di elettorato più conservatore degli States. A Houston, infatti, la più importante città del Texas e la quarta degli Stati Uniti per numero di abitanti, è stata eletta una sindaco lesbica, ed è la prima volta per una grande metropoli americana.

Annise Parker, democratica e lesbica dichiarata, 53 anni, ha battuto al ballottaggio con il 52,8% dei voti il suo avversario Gene Locke, anche lui democratico e afro-americano che ha ottenuto il 47,2% dei suffragi malgrado fosse appoggiato dall'establishment finanziario locale e dalla comunità nera.

"Sono la prima laureata della Rice University a essere eletta sindaco", la sua prima dichiarazione, scherzosa. Poi però la Parker ha parlato sul serio: "Oggi gli elettori hanno fatto la storia: So cosa significa questa vittoria per molti di noi, convinti che non saremmo mai stati in grado di accedere ai più alti livelli".

Con oltre 2 milioni di abitanti, Houston è la più grande metropoli americana con un sindaco omosessuale. Altre città degli Stati Uniti hanno o hanno avuto un primo cittadino gay, ma nessuna di loro è grande: tra queste Cambridge, in Massachusetts, Providence, in Rhode Island, e Portland, in Oregon.



30 giugno 2009

No guns for negroes

"Niente armi ai negri" è un documentario sul bando alle armi, di matrice razzista, che fu fatto verso gli afroamericani; i "negri" così non potevano assolutamente difendersi dalle angherie dei criminali razzisti, armati fino ai denti.

E' una storia che fa riflettere sul fatto che, storicamente, qualunque bando sulle armi è stato fatto per evitare che i poveracci potessero difendersi dai potenti. D'altronde oggi la politica non vuole forse che i tabaccai non possano difendersi dalle varie mafie?





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28 maggio 2009

true blood


Una serie che mi sta intrippando, anche se ho visto solo le prime due puntate, è True Blood. Il mio parere è viziato dall'ambientazione: un profondo sud, legato alla vita contadina e diffidente verso le istituzioni statali.

In un futuro, o nel presente, o nel passato - la tempestica non è precisata - con neri ed omosessuali che vivono ben integrati e accettati con i bianchi e gli etero, c'è un'altra minoranza che suscita sospetto nella popolazione: quella dei vampiri, chiamati spregiativamente fangs - notare l'assonanza con il termine in slang fags-. A seguito dell'invenzione da parte dei giapponesi del Tru Blood, una sorta di sangue sintetico, i vampiri sono venuti allo scoperto, e alcuni che hanno fatto outing pubblicamente rivendicano gli stessi diritti di neri, bianchi ed omosex... degli umani cosiddetti "normali", insomma.

I timori della gente molte volte sono pregiudiziali, ma non sempre. Anche fra i vampiri ci sono infatti criminali efferati, che non contribuiscono certo al peroramento della causa dell'estensione dei diritti civili anche ai non-morti. Un soggetto di un'attualità sconcertante.

E' una serie che sembra promettersi interessante, spero sia all'altezza delle premesse. L'incipit iniziale della prima puntata mi è piaciuto molto, così come la sigla, dove c'è tanto di quella Dixieland che amo. 



20 febbraio 2009

A Bush si poteva dare dell'"assassino", ma guai a dare ad Obama della "scimmia"

Qualche giorno fa in Connecticut un simpatico scimpanzé (tra l'altro attore di alcuni spot pubblicitari, dove aveva dimostrato di avere più talento recitativo della moglie di Benigni - e anche di lui, in realtà) ha saltato parecchi livelli evolutivi, ed è diventato umano, iniziando ad aggredire senza alcuna ragione chi gli stava attorno. Fuggito, è stato abbattuto dai poliziotti, non senza però esser riuscito a ferirne uno.

Qui la storia. Il vignettista del NY Post ha preso spunto dalla storia, l'ha mischiata con la crisi finanziaria e con il folle piano di risanamento del Prez Obama, e ne è scaturita la simpatica vignetta qui sotto.

Ovviamente casini e sopracasini, Il NY Post inizialmente non si è mosso di un centimetro dalla sua posizione, poi di nuovo casini e sopracasini, e la testata per evitare ulteriori guai si è scusata "con chi si è ritenuto offeso".

Visto che per Bush la "satira" invocando (giustamente, per carità) la libertà di satira e di pensiero gli ha dato dell'assassino, pedofilo, ubricone, idiota, ecc. ecc., senza dare la possibilità a nessuno di sentirsi offeso, viene ancora una volta dimostrato il teorema che per i democratici la libertà è "libertà di pensarla solo ed esclusivamente come noi".

Non a caso  "libertà e democrazia" è un ossimoro.




19 luglio 2008

Gangstalicious



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18 luglio 2008

la finta questione razziale per nascondere la pochezza di Obama

A chi ha avuto dei dubbi leggendo il mio controverso post di ieri (dubbi espressimi in privato per lo più), rispondo che era un post che andava assolutamente scritto. Questo articolo de la Stampa, per cui se un nero appoggia Obama incondizionatamente perché è nero è ok, se invece un bianco non appoggia incondizionatamente un nero non solo non è ok ma è razzista, ne è la riprova. Barack Hussein Obama viene valutato esclusivamente per il colore della pelle: se fosse stato bianco un bugiardo ipocrita pezzo di merda del genere non sarebbe mai stato preso in considerazione da nessuno. A tal proposito mi chiedo perché è lecito per un nero votare un nero solo perché è nero (e quindi sentirsi rappresentato da uno solo per il suo colore) ed invece non è altrettanto lecito per un bianco votare un bianco solo perché bianco (e quindi sentirsi rappresentato da uno solo per il suo colore). Due pesi-due misure. Qualcosa non quadra...



17 luglio 2008

demografia, statistica spicciola e balle spaziali... cioè razziali

Qualche tempo fa, un commentatore contestatore appartenente alla destra sociale mi apostrofava dicendo "L'America è razzista, con tutti i neri che ci sono non è mai stato eletto un presidente nero, bla bla bla". A parte il detto "il bue che dice cornuto all'asino" visto da dove proveniva la contestazione, quella frase coglieva un'immagine che Spike Lee ed Hollywood diffondono nel mondo. Città piccole e grandi piene di neri, neri dappertutto, ciò nonostante poliziotti tutti bianchi e cattivi, amministratori pubblici quasi tutti bianchi (a parte l'ex sindaco di NY Dinkins, l'ex sindaco di SF di cui non mi ricordo il nome, Condy Rice...ma insomma, piccole città e piccoli incarichi, no?), imprenditori tutti bianchi. Contando anche l'invasione ispanica, uno è portato a pensare che trovare un bianco negli USA sia un'impresa titanica. Eh già, i bianchi devono essere in via di estinzione, e si tengono attaccati alle cariche per sopravvivere. Che cattivoni i bianchi. Certo, sarà così, inutile andare a cercare dati ufficiali, se Hollywood ci descrive questa realtà sarà tutto vero. Io però mi son detto "andiamo a prendere l'ultimo censimento, così vediamo le ultime enclavi dei bianchi in una nazione quasi completamente popolata di neri ed ispanici"...



Partiamo con i neri... c'è la divisione in contee, più è scura la contea maggiore è la densità, il bianco è densità quasi pari a zero ma... qualcosa non va... sono localizzati solo in alcune aree ben definite (sud e grandi città), e poi... pochissimi? In tutta l'Unione solo 9 abitanti su 100 sono neri? Il che approssimativamente vuol dire che 91 poliziotti su 100 non saranno neri, 91 cariche pubbliche su 100 non saranno affidate a neri... Ehi, dove sono finiti tutti i cazzo dei ne*ri dei film di Spike Lee? Non ci siamo, vediamo un attimo gli ispanici che la cosa non quadra...


Beh? A parte il confine con il Messico e parte del Midwest... e l'invasione di wetbacks? Lo spagnolo come lingua più parlata? Non capisco... se secondo Hollywood i bianchi sono in via d'estinzione, ma i neri e gli ispanici sono così pochi rispetto a quanto ci si aspettava... la popolazione degli USA è tutta cinese? Non capisco... Bof... a tempo perso mi vado a vedere le enclavi di bianchi, che sono pochi e continuano ad avere la pretesa di avere la maggioranza delle cariche contro ogni legge statistica... maledetti bianchi... una minoranza di bastardi usurpatori di posizioni che per diritto demografico spetterebbero ad altri...





13 luglio 2008

Negro moment

Oggi, al posto del solito intermezzo musicale domenicale, ecco qui una scena tratta da uno degli episodi del cartoon "The BoonDocks", la cattivissima opera dell'afroamericano Aaron McGruder tratta dall'omonimo fumetto. La storia è quella di due fratellini, Huey e Riley Freeman, che vanno a vivere col nonno in un quartiere di bianchi. Il primo è un attivista per i diritti dei neri, impegnato in politica e nel sociale, pratica arti marziali, e sogna la rivoluzione; il secondo adora la musica hip hop, la tv ed il far soldi in maniera facile. Completano il quadro nonno Robert, desideroso di integrarsi con i bianchi anche se sotto sotto ne diffida, e zio Ruckus, un nero che odia i suoi simili ed adora la gente bianca (metafora evidente delle varie anime della black-people). Nel primo episodio, Huey entra in scena con la mitica frase: "Signore e signori, un po' di attenzione, devo fare un annuncio: Gesù era nero, Ronald Reagan era il diavolo, ed il governo vi ha mentito sull'11/9. Grazie per l'attenzione". Il video è l'incipit dell'episodio 1x04 "Nigga moment". La voce narrante è quella di Huey.



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15 giugno 2008

"White America" --- Eminem



Primo pezzo (intro esclusa) dell'album "The Eminem Show", del 2002, autobiografico e politico in senso lato. Mentre l'hip hop black oramai è in declino, con testi che al 90% parlano solo di "bere, fumare e scop*rsi tr*ie", e di quanto siano cool le gangs e spararsi nelle strade per nessuna ragione, Eminem è riuscito a farsi portatore, artisticamente parlando, dei figli della classe operaia bianca, di quell'America profonda e del suo stato di disagio, cui nessuno mai guarda salvo per le vicende tipo Columbine (America recentemente offesa pubblicamente da Barack Obama in un discorso davanti ai "lobbysti hippies" di San Francisco). Certo, lo stile di Eminem è provocatore, irriverente, profondamente scorretto, ma i suoi testi sono lontani anni luce dal proporre i modelli negativi del black hip hop; anzi, per il giovane ascoltatore attento non mancano raccomandazioni positive ed inni alla vita (ultima strofa di "Stan", ad esempio). Il problema è quando dalla periferia bianca il suo sound viene udito anche nelle camerette dei ragazzini dei quartieri alti. Il cantare il desiderio di riscatto di quell'America che non ha le associazioni dei diritti civili, i reverendi Jackson e le tematiche razziali da salotto di Oprah Winfrey a puntarle contro i riflettori dà molto più fastidio che l'apologia dello stile di vita suicida proposto dai colleghi neri: "L'Hip Hop non è un problema ad Harlem, solo a Boston", urla a chiare lettere Eminem. Con tanto di fanculo nell'outro di questo pezzo alla moglie del Vicepresidente degli Stati Uniti, Lynne Cheney, ed alla moglie dell'uomo politico all'epoca più in vista dei democratici, Tipper Gore, concordi nel definire i testi di Eminem "indegni della nostra società civile". Quando invece, per l'uso arbitrario del potere l'uno, per l'ipocrisia l'altro (è facile fare i politici liberal anticonformisti quando si hanno milioni di dollari sul conto in banca dovuti proprio al sistema politico contestato da Gore una volta diventato straricco) indegni di una società veramente civile sono proprio i loro due mariti.

White America, I could be one of ur kids...


26 aprile 2008

concluso il caso Bell: assolti i tre poliziotti

Riporto una sintesi asettica del caso Bell. Per quanto mi riguarda, sono sulla posizione di Bloomberg. La colpevolezza deve essere provata sempre oltre ogni ragionevole dubbio. Altrimenti l'imputato, fosse anche la persona peggiore al mondo, va assolto. Certo, questo non sempre può essere piacevole, ma ne va della bontà del sistema. Un'ultima cosa: prima di appiattirvi su sciocca retorica anti-razzista, guardate di che colore sono i poliziotti accusati.

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Sono occorsi meno di dieci minuti ieri mattina al giudice Arthur Cooperman della State Supreme Court di Queens per leggere il verdetto di non colpevolezza nei confronti dei tre detective dell'Nypd coinvolti nella morte, sotto una pioggia di 50 proiettili, dell'afroamericano Sean Bell il 25 novembre 2006.
Il giudice Cooperman ha detto che molti testimoni chiamati dalla procura - compresi gli stessi due amici di Bell rimasti feriti - semplicemente non si sono resi credibili. "Talvolta - ha sottolineato il giudice - le testimonianze sembravano non avere alcun senso".
Terminata la lettura molti sostenitori di Bell si sono scaraventati all'esterno del palazzo di giustizia di Kew Gardens gridando la loro incredulità, mentre i tre detective: Gescard Isnora, Michael Oliver e Marc Cooper venivano scortati da agenti del tribunale verso l'uscita attraverso una porta laterale.
Fuori, la gente raccolta dietro le transenne piazzate dalla polizia ha strillato "assassini, assassini!" e anche "KKK" all'indirizzo dei detective e un gruppo di scalmanati ha tentato di superare le barriere, ma è stato immediatamente riportato alla ragione dagli agenti presenti in gran numero, anche in assetto antisommossa.
Nell'aula del tribunale alcuni spettatori hanno ascoltato la lettura del verdetto con le lacrime che solcavano il volto e la vedova di Sean, Nicole si è immediatamente allontanata senza dire una parola, così come la madre del giovane, in lacrime.
Il verdetto è giunto a distanza di 17 mesi dalla morte del 23enne Sean Bell e del ferimento dei suoi due amici, Joseph Guzman e Trent Benefield, quando furono affrontati da un gruppo di agenti in borghese all'esterno del club Kalua nel rione di Jamaica,al termine della festa per l'addio al celibato di Sean che - a distanza di poche ore - sarebbe convolato a nozze con la sua compagna da molti anni, da cui aveva avuto due bambine.
Il procedimento giudiziario era proseguito per sette settimane giungendo alla conclusione lo scorso 14 aprile, presieduto dal giudice Arthur Cooperman della State Supreme Court,  in quanto i tre detective sotto accusa avevano deciso di rinunciare al procedimento con giuria popolare: una strategia questa che a molti era sembrata rischiosa al tempo, ma che ieri chiaramente ha avuto l'effetto voluto.
Prima del verdetto il giudice ha riepilogato i fatti di quella notte, concludendo che "l'azione di ciascun imputato non si può ritenere criminale".
Il sindaco Michael Bloomberg ha prontamente commentato il verdetto precisando "non ci sono vincitori in un processo come questo. Un uomo innocente ha perso la vita, una donna ha perso il futuro marito, due bambine hanno perso il loro padre ed un padre e una madre hanno perso il proprio figlio".
Incalzato dai giornalisti, il primo cittadino ha proseguito dicendo "la responsabilità del giudice Cooperman era di decidere sulla base delle prove presentate in tribunale. L'America è una nazione basata sulla legge e anche se non tutti concordano con il verdetto e le opinioni espresse in aula, accettiamo l'autorità della corte".

Il capo della polizia Raymond Kelly ha appreso il verdetto mentre partecipava ad un evento a Brooklyn e non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito. Ha però sottolineato che gli agenti interessati alla vicenda Bell restano soggetti ad azioni disciplinari da parte del dipartimento di polizia, precisando tuttavia che la procura federale ha chiesto al comando di One Police Plaza di prendere tempo per questo, almeno fino a quando la stessa avrà preso una decisione circa la possibilità di avviare un procedimento federale per violazione dei diritti civili nei confronti dei tre detective.
Durante i 26 giorni del procedimento si erano alternati al banco 50 testimoni chiamati dalla procura che sin dall'inizio aveva sostenuto la tesi secondo cui il gruppo di agenti in borghese ha agito in maniera disorganizzata, che aveva iniziato il turno sperando di effettuare un arresto o due per prostituzione nel locale a luci rosse a Jamaica, per finire invece sparando una sventagliata di 50 proiettili che hanno freddato Sean Bell e ferito in modo grave i suoi due amici che - secondo la polizia - dovevano essere armati, mentre è stato dimostrato esattamente il contrario.
"Chiediamo alla polizia di rischiare la loro vita per proteggere la nostra - aveva detto, tra l'altro, il sostituto procuratore Charles Testagrossa al termine del processo -. Non di rischiare la nostra vita per proteggere la loro".
Il caso Bell aveva riportato alla memoria un altro triste fatto verificatosi nel 1999 in cui perse la vita un immigrato africano, Amadou Diallo freddato con 41 proiettili dagli agenti dell'Nypd che avevano scambiato il suo portafogli per un revolver. Anche in quel caso gli agenti furono scagionati e la decisione scaturì in una proliferazione di manifestazioni di protesta con centinaia di arresti.


I detective Michael Oliver (a sinistra) di 36 anni ha sparato 31 proiettili, Gescard Isnora (al centro) di 29 anni ha premuto il grilletto 11 volte e Marc Cooper di 40 anni ha sparato 4 colpi. I primi due erano accusati di omicidio colposo e il terzo di comportamento pericoloso, mentre altri due agenti che avevano preso parte alla sparatoria erano stati scagionati sin dall'avvio dell'inchiesta.


4 aprile 2008

Quarant'anni fa moriva il reverendo Martin Luther King Jr.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

(discorso pronunciato a Washington DC il 28 agosto 1963)



Nota: Preferisco di gran lunga questo tipo di ricordo, di un King all'apice della sua vitalità, che quello che per esempio fa quel ritrovo di mentalmente disadattati che è LuogoComune, di sapore vagamente necrofilo, che invece solleva le ormai stanche ed inutili teorie complottistiche sulla sua morte. Inutili, perché a distanza di quarant'anni, se altre sono le responsabilità, probabilmente i colpevoli sono morti, rendendo impossibile una loro difesa -diritto di ogni individuo- e pertanto rendendo impossibile la ricerca di una verità che non sia mero materiale a voce univoca per scrittori complottisti falliti in cerca di pubblicità). Stanche perché quell'omicidio nulla ha tolto al messaggio di King, ed anzi, paradossalmente, quella tragedia ha fatto sì che King non rimanesse confinato nell'attimo politico ma ne ha perpetuato (e continuerà a perpetuarne) il messaggio. Rendendolo così immortale fra i mortali.
LC non rinuncia a tirare in ballo anche, nel pezzo su Martin Luther King, l'11 settembre (che non c'entra niente), confermando che mentre la maggior  parte degli americani è riuscita a lasciarsi in parte alle spalle (per quanto possibile) quell'altra tragedia, per finti intellettualoidi (ma veri ignoranti) europei è la ragione di vita lo spingersi a vedere complotti anche dove l'evidenza scientifica dei fatti, ahimè, ha attribuito la responsabilità e raggiunto certezze. D'altronde la libertà di parola è anche possibilità per chiunque di dire qualunque fesseria gli passi per la testa. E crederci. A noi resta il dovere di una Santa Pazienza di matrice Kinghiana che ci deve far porgere l'altra guancia rispetto alle loro idiozie. Certo, senza esagerare...


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