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"The tree of liberty must be refreshed from time to time with the blood of patriots and tyrants. It is its natural manure"

Thomas Jefferson


"Democracy is two wolves and a lamb voting on what to have for lunch. Liberty is a well-armed lamb contesting the vote"

Benjamin Franklin




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9 luglio 2009

Che la sfida per il Texas abbia inizio! (2)

Prima che sfidarsi in singolar tenzone il candidato repubblicano e quello democratico, (e vari ed eventuali altri) i candidati alla carica di Governatore dovranno affrontare un'altra sfida non certo facile: le primarie.

Per quanto riguarda il Partito Repubblicano in Texas, i probabili candidati saranno l'attuale Governatore, Rick Perry, e la senatrice Kay Bailey Hutchinson.

Perry Perry, che ha il record di governatore più longevo dell'Lone Star State, è entrato in carica nel 2000, quando George W. Bush venne eletto presidente dell'Unione. Nel 2006 ottenne il suo secondo mandato pieno con il 39% dei voti, sufficienti vista la presenza di tre candidati alla carica.

Perry è cosciente di come la senatrice sia un avversario durissimo, ed infatti sta basando la sua campagna elettorale sulle politiche anti-Washington e sul rispetto del 10° emendamento, cercando di far leva sull'orgoglio indipendentista della gente texana. "Noi non pensiamo - ha detto ieri Perry - che il Governo abbia tutte le risposte. E noi non pensiamo che più governo e più "stimoli" statali siano la risposta".

K. B. Hutchinson è stata la prima (e finora unica) donna eletta dal Texas per il Senato Federale. L'anno scorso, nel famoso caso DC v. Heller davanti alla Corte Suprema un amicus curiae, per sostenere il diritto di ognuno a detenere e portare armi. Si è sempre opposta ad aumenti di tasse, ed ha sempre votato per introdurre numerose forme di sgravi fiscali.

Perry ha, a livello centrale, il supporto dell'ala social-conservatives del partito, e il supporto a titolo personale dell'ex Governatrice dell'Alaska, Sarah Palin, mentre i moderati repubblicani preferirebbero vedere il Texas in mano alla Hutchinson. 


Kay Bailey Hutchinson


20 febbraio 2009

A Bush si poteva dare dell'"assassino", ma guai a dare ad Obama della "scimmia"

Qualche giorno fa in Connecticut un simpatico scimpanzé (tra l'altro attore di alcuni spot pubblicitari, dove aveva dimostrato di avere più talento recitativo della moglie di Benigni - e anche di lui, in realtà) ha saltato parecchi livelli evolutivi, ed è diventato umano, iniziando ad aggredire senza alcuna ragione chi gli stava attorno. Fuggito, è stato abbattuto dai poliziotti, non senza però esser riuscito a ferirne uno.

Qui la storia. Il vignettista del NY Post ha preso spunto dalla storia, l'ha mischiata con la crisi finanziaria e con il folle piano di risanamento del Prez Obama, e ne è scaturita la simpatica vignetta qui sotto.

Ovviamente casini e sopracasini, Il NY Post inizialmente non si è mosso di un centimetro dalla sua posizione, poi di nuovo casini e sopracasini, e la testata per evitare ulteriori guai si è scusata "con chi si è ritenuto offeso".

Visto che per Bush la "satira" invocando (giustamente, per carità) la libertà di satira e di pensiero gli ha dato dell'assassino, pedofilo, ubricone, idiota, ecc. ecc., senza dare la possibilità a nessuno di sentirsi offeso, viene ancora una volta dimostrato il teorema che per i democratici la libertà è "libertà di pensarla solo ed esclusivamente come noi".

Non a caso  "libertà e democrazia" è un ossimoro.




27 dicembre 2008

Obama come Bush

Il Libertarian Party ha accusato il neopresidente americano, Barack Obama, di perseguire la stessa politica estera "da falco" del suo predecessore George W. Bush.
"Ciò che noi speravamo di vedere con la vittoria di Obama - ha detto William Redpath, portavoce nazionale del LP - erano i piani di un completo ritiro da Afghanistan e Iraq - invece stiamo rivedendo le stesse mosse sbagliate dell'amministrazione Bush che dal 2001 mantiene le nostre truppe in Medio Oriente".


Insomma, aggiungo io: più che un nero alla Casa Bianca, sembra che la Casa abbia reso bianco il ne*ro...



(ancora qualche giorno e posso usarlo)


17 febbraio 2008

Secessione! (... e live-blogging)

     Oggi si sta scrivendo la storia: la secessione di una minoranza da uno Stato Nazionale riconosciuta da parte della comunità degli Stati. Il Kosovo, infatti, oggi porterà al culmine alcuni provvedimenti legislativi che sanciranno la secessione dalla Serbia.

Ha ragione il nazicomunista Putin quando parla di "pericoloso precedente": è un avvenimento che sovverte molti principi di diritto internazionale.

Innanzitutto quello di "autodeterminazione dei popoli". A differenza di quanto si possa pensare, questo principio, nato in seno all'ONU dopo la IIWW, del popolo proprio non si preoccupa. Anzi, consente (ed infatti la maggior parte delle volte è stato così) che, dopo essersi liberato dal dominio di un altro stato, invasore o coloniale, quel territorio sia governato da regimi dittatoriali ed oppressivi. In realtà dovrebbe chiamarsi "principio di autodeterminazione di un governo". Uno Stato Nazionale, in pratica, ha il diritto di governare senza essere assogettato ad un altro Stato Nazionale (com'era il caso dei paesi africani coloniali). In questo caso il Kosovo non è uno Stato Nazionale, ma una regione all'interno di uno Stato Nazionale, quindi al di fuori di questo principio.

Il diritto internazionale non ha mai previsto il diritto delle minoranze all'autogoverno, ma il diritto di esse ad essere rispettate, circa la loro cultura-lingua-etc., dallo Stato Nazionale. Anche qui, mai era avvenuto un atto simile col consenso di una vasta parte della comunità internazionale.

Infine, potrebbe essere il primo caso in cui nel diritto internazionale si ha riguardo allo Stato-comunità (insieme di persone che condividono la stessa cultura, lingua, tradizioni, che non rileva nel diritto internazionale), piuttosto che allo Stato-organizzazione (l'insieme di organi detentori del potere infatti rileva nel diritto internazionale). Ma siccome è stato il Governo Kosovaro a proclamare l'indipendenza, questo punto è un po' controverso.

Come detto, il russo Putin è imbufalito, e parla di atto "immorale ed illegale". Vuole difendere il suo diritto ad opprimere minoranze riottose, e quindi tutto torna. Gli Stati Uniti hanno invece caldeggiato l'indipendenza kosovara (tant'è che su molti edifici oltre alla bandiera albanese sventola anche quella americana). Ed a causa dell'antiamericanismo di maniera, molti illuminati comunisti e sinistroidi di casa nostra sono contrari all'indipendenza kosovara; ulteriore sugello alla mia visione di nazismo e comunismo come species di uno stesso genus, nulla di più antitetico della libertà.

Il presidente serbo Tadic, pur dicendo che <<Non smetterò mai di lottare per il nostro Kosovo>>, non ha intenzione (per il momento) di rispondere con la forza, per paura di giocarsi l'ingresso nella UE. A proposito di Unione Europea, ufficialmente prenderà atto dell’indipendenza del Kosovo, dove invierà duemila osservatori civili. Ma all'interno l'Europa è divisa. Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna riconosceranno immediatamente il governo di Pristina. Grecia e Bulgaria non lo riconosceranno, per solidarietà religiosa con gli ortodossi serbi, mentre Cipro, Spagna, Romania e Slovacchia per timore di un effetto domino sulle proprie minoranze etniche o linguistiche.

E l'effetto a catena sulle minoranze europee potrebbe farsi sentire: sopratutto in Spagna dove il nazicomunista Zapatero sta vessando i baschi come non si vedeva dal regime di Franco.

Libertarianamente parlando, è un grande avvenimento. La frantumazione di uno Stato Nazionale in virtù di due stati (di cui uno piccolo) autonomi. Speriamo sia il primo atto di una nuova tendenza internazionale. E potrebbe andare ancora meglio. Se a loro volta, le comunità serbe in Kosovo proclamassero la secessione dal Governo Kosovaro per riunirsi allo Stato Serbo. Saremmo davanti ad un abbozzo (certo, primitivo alquanto, e lontanissimo dall'ideale, ma non per questo meno interessante) di "residenclave libertario", con le singole comunità che decidono a quale stato aderire.


LIVE BLOGGING:


Kosovo: Bush, sì all'indipendenza (ANSA) - DAR ES SALAAM, 17 FEB 10:02 - Il presidente americano George W. Bush e' favorevole a 'un'indipendenza del Kosovo sotto supervisione internazionale'. Mentre e' attesa tra poche ore la proclamazione di indipendenza dalla Serbia da parte di Pristina, Bush parlando durante la sua visita in Tanzania ha ricordato la posizione degli Usa sul Kosovo 'e' che il suo status deve essere risolto in modo da garantire stabilita' ai Balcani'.

Kosovo: indipendenza, ok procedure (ANSA) - PRISTINA, 17 FEB 10:55 - Avvio delle procedure verso la dichiarazione d'indipendenza unilaterale della provincia a maggioranza albanese dalla Serbia. Si sono incontrati infatti le massime autorita' istituzionali del Kosovo - il presidente Fatmir Sejdiu, il primo ministro Hashim Thaci e lo speaker del parlamento Jakup Krasniqi. La proclamazione solenne e' previsto per il pomeriggio, secondo quanto confermato ufficialmente dal governo.

Kosovo: Patriarca, Serbia alle armi
(ANSA)- BELGRADO, 17 FEB 15:05 -Il patriarca ortodosso del Kosovo ha incitato la Serbia a prendere le armi per impedire alla provincia secessionista di essere indipendente. Il patriarca si e' schierato con Belgrado affermando che ''il Kosovo era e sara' sempre serbo''. ''La Serbia dovrebbe comprare le armi piu' moderne dalla Russia e da altri paesi e chiedere alla Russia di mandare volontari per stabilire una presenza militare in Serbia'', ha dichiarato il patriarca Artemije.

Thaci: non ci sarà spazio per paura e discriminazioni
Pristina, 17 feb. 15:37 - (Adnkronos) - Nel Kosovo indipendente che nasce oggi "non ci sara' spazio per la paura, le intimidazioni e le discriminazioni". Lo ha assicurato il premier kosovaro Hashim Thaci, intervenuto dinanzi al Parlamento riunito in seduta speciale per la proclamazione dello stato d'indipendenza, affermando che nel nuovo stato "ci saranno pari opportunita' per tutti i cittadini". Il Kosovo sara' lo Stato della "tolleranza, del progresso e della solidarieta'".

Il Kosovo proclama l'indipendenza
  (ANSA)- PRISTINA, 17 FEB 15:49 - Il parlamento del Kosovo ha accolto oggi la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, letta dal premier Thaci. I parlamentari hanno accolto con una acclamazione in piedi la proposta di dichiarazione di indipendenza letta in aula da Hashim Thaci. Presenti alla seduta anche diplomatici stranieri, esponenti religiosi e rappresentanti dell'amministrazione Onu (Unmik), incaricata di gestire la regione secessionista da dopo la guerra del 1999.


Il testo della proclamazione di indipendenza (ANSA) PRISTINA, 17 FEB 15:51 - Il Kosovo indipendente sarà "consacrato alla pace e alla stabilità": è quanto si afferma nel documento di indipendenza proclamata questo pomeriggio a Pristina dal parlamento della provincia meridionale serba a maggioranza di popolazione albanese. La nazione del Kosovo "sarà creata sulla base del piano Ahtisaari", aggiunge il documento in 12 punti varato dal parlamento. Il piano, elaborato dall'inviato speciale dell'Onu per il Kosovo, il finlandese Martti, prevede per la provincia serba una indipendenza "sotto supervisione internazionale", garantita da una missione dell'Unione europea. Approvato dagli occidentali, tale piano è stato bloccato al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dalla Russia, ostile all'indipendenza del Kosovo. "Il Kosovo è una società democratica, laica e multietnica", che accoglierà "la presenza internazionale civile e militare", prosegue la dichiarazione di indipendenza. La presenza civile è quella della Ue, destinata a prendere il posto di quella dell'Onu, mentre la presenza militare è quella della Kfor, la Forza a guida Nato in Kosovo, dispiegata sin dal 1999 nella provincia secessionista e che resterà anche dopo la proclamazione di indipendenza. "Con l'indipendenza, il Kosovo si assume le responsabilità internazionali, assicura la sicurezza delle frontiere con i paesi vicini, e vieta l'uso della violenza per risolvere le differenze", si legge ancora nel documento di indipendenza nel quale si sottolinea al tempo stesso "la volontà del Kosovo di avere buone relazioni con i suoi vicini". "Un Kosovo indipendente "garantisce la (protezione) dell'eredità culturale e religiosa", riferimento questo alle decine di siti religiosi della chiesa ortodossa serba che si trovano in Kosovo.

Kosovo: serbi in divisa al confine
(ANSA)- BELGRADO, 17 FEB 16:02 - Alcune centinaia di serbi in divisa sono stati respinti oggi dalla polizia kosovara mentre cercavano di entrare dalla Serbia in Kosovo. I veterani, reduci della guerra del 1998-99, sono stati fatti passare senza problemi dalla polizia serba a Merdare, ma sono stati bloccati al posto di frontiera controllato dai kosovari. C'e' stato qualche tafferuglio ma poi gli ex combattenti, che volevano inscenare una protesta contro la proclamazione di indipendenza del Kosovo, hanno rinunciato.

Serbia non riconoscera' mai Kosovo (ANSA) - BELGRADO, 17 FEB 16:22 - Il presidente serbo Boris Tadic ha detto che il suo Paese non riconoscera' mai l'indipendenza del Kosovo. Il Parlamento di Pristina ha approvato per alzata di mano la dichiarazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo letta dal premier Thaci. Il Kosovo e' da questo momento 'uno stato indipendente, sovrano e democratico', ha detto il presidente del parlamento Krasniqi. Il Kosovo indipendente sara' 'consacrato alla pace e alla stabilita', afferma il documento.

Kosovo: governo basco, lezione su soluzione conflitti di identità Madrid, 17 feb. 16:22 - (Adnkronos) - La proclamazione d'indipendenza del Kosovo rappresenta "una lezione sul modo di risolvere in modo pacifico e democratico i conflitti di identita' e di appartenenza". Cosi' la portavoce del governo basco, Miren Azkarate, ha commentato l'annuncio del Kosovo, divenuto "uno Stato libero e indipendente" dalla Serbia. "La volonta' dei cittadini - ha affermato in un incontro con i giornalisti a San Sebastian, nei Paesi baschi - e' la chiave per la soluzione dei problemi politici che si sono incancreniti".

Kosovo: Kostunica, falso stato
(ANSA) - BELGRADO, 17 FEB 16:47 - Il premier serbo Kostunica ha duramente condannato la proclamazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo, definendolo 'un falso stato'. Kostunica ha accusato gli Stati Uniti per il loro appoggio agli indipendentisti e la loro disponibilita' a 'violare l'ordinamento internazionale per i loro interessi militari'. Parlando alla tv nazionale serba, il capo del governo di Belgrado ha criticato anche l'Unione europea che -ha detto- ha seguito gli Usa 'in un modo umiliante'.

Convocato Consiglio di sicurezza dell'ONU
New York, 17 feb. 16:48 - (Adnkronos) - La Russia ha chiesto una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu per discutere l'appena dichiarata dichiarazione d'indipendenza del Kosovo. "La Russia ha appena chiesto la riunione del Consiglio" ha dichiarato la portavoce della missione russa al Palazzo di Vetro, precisando che le consultazioni a porte chiuse tra i 15 membri si terranno piu' tardi. Giovedi' scorso il presidente russo Vladimir Putin aveva ribadito che Mosca avrebbe considerato "illegale ed immorale" la dichiarazione di indipendenza di Pristina.

Farnesina: prendiamo atto dell'indipendneza del Kosovo - Roma, 17 feb. 17:10 - (Adnkronos) - L'Italia "prende atto" della decisione delle autorita' di Pristina di proclamare l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia e rivolge alle parti un appello "alla moderazione". "Abbiamo preso atto della decisione delle autorita' kosovare - hanno detto all'ADNKRONOS fonti della Farnesina - Valuteremo approfonditamente con i partner comunitari al Cagre di domani (la riunione dei ministri degli Esteri dei 27 a Bruxelles, ndr) la nuova situazione determinatasi e prenderemo successivamente posizione". "In questa fase - hanno sottolineato le fonti - auspichiamo che le parti assumano un atteggiamento di moderazione e non fomentino tensioni".

Kosovo, Vaticano: no estremismi - TgCom, 17:15 - La Santa Sede dopo la proclamazione dell'indipendenza del Kosovo invita "tutti, in particolare Serbia e Kosovo, alla prudenza e alla moderazione, e chiede un impegno deciso e fattivo per scongiurare reazioni estremiste e derive violente, in modo che si creino fin d'ora le premesse per un futuro di rispetto, di riconciliazione e di collaborazione". Lo afferma il direttore della sala stampa vaticana Federico Lombardi.

USA prendono atto dell'indipendenza del Kosovo - Washington, 17 feb. 17:39 - (Adnkronos) - Gli Stati Uniti "prendono atto" della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo approvata oggi dal Parlamento di Pristina e invitato le parti "alla moderazione" e ad evitare "atti provocatori". "Prendiamo atto che il Kosovo oggi ha proclamato la sua indipendenza - ha detto il portavoce del dipartimento di Stato americano Sean McCormack - Salutiamo il chiaro impegno del governo del Kosovo a proteggere le minoranze etniche. Stiamo adesso esaminando la questione e ne discuteremo con i nostri alleati europei. A breve emetteremo una dichiarazione".

Kosovo: regioni georgiane chiederanno indipendenza - Mosca, 17 feb. 17:46- (Adnkronos/Dpa) - Poco dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, puntuali, sono arrivati gli annunci di Akbazia ed Ossezia del sud, regioni separatiste della Georgia sostenute dalla Russia, riguardo ai passi che intraprenderanno per seguire l'esempio secessionista dell'ex provincia serba. "L'Abkazia rivolgera' alla Russia, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu ed alla Comunita' degli Stati Indipendenti (Csi) la richiesta del riconoscimento della propria indipendenza" ha dichiarato all'agenzia Interfax il presidente Sergei Bagapch. "L'Abkazia e l'Ossezia del sud hanno argomenti politici e legali per il riconoscimento dell'indipendenza piu' validi di quelli del Kosovo" gli ha fatto eco il presidente dell'Ossezia del sud, Eduard Kokoity, che ha espresso la convinzione che entrambe le regioni proclameranno l'indipendenza a breve.

La Nato agirà contro ogni possibile violenza   - Bruxelles, 17 feb. 17:59 - (Adnkronos/dpa) - Nella "delicata situazione" che si e' terminata in Kosovo dopo la dichiarazione d'indipendenza la missione della Nato "agira' in forma rapida e deciso contro chiunque voglia ricorrere alla violenza". E' questa la dichiarazione del segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, che ha aggiunto che i 17mila militari che partecipano alla missione Kfor continueranno a "mantenere le proprie responsabilita' per garantire la sicurezza in tutto il territorio del Kosovo, fino a quando il Consiglio di Sicurezza non decida diversamente".

Belgrado, scontri manifestanti e polizia (ANSA) - BERLGRADO, 17 FEB  20:09 - Scontri tra manifestanti serbi e polizia si sono verificati questa sera davanti all'ambasciata americana a Belgrado. Migliaia di persone si erano radunate per protestare contro la proclamazione d'indipendenza del Kosovo. Ci sarebbero feriti.A Kosovska, invece, c'e' stata un'esplosione presso gli edifici che ospitano le rappresentanze di Ue e Onu.Secondo la radio serba B-92, uno degli edifici avrebbe subito lievi danni, ma non vi sarebbero state conseguenze per le persone.

Belgrado, attaccato  McDonald's (ANSA) - BELGRADO, 17 FEB 22:48- Centinaia di manifestanti serbi hanno attaccato e danneggiato nel centro di Belgrado un ristorante McDonald's. In vari punti della capitale serba si registrano scontri di varia entita' tra polizia e manifestanti anti-Kosovo. Finora il bilancio e' di 10 poliziotti e 8 manifestanti feriti. Situazione molto tesa anche a Novi Sad, la seconda citta' della Serbia. Circa 500 manifestanti hanno attaccato un centro commerciale della catena slovena Merkator.

ONU non trova accordo  (ANSA) - NEW YORK, 17 FEB 23:29- Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu non trova accordo sul Kosovo e si aggiorna a domani. In un documento comune, i membri europei (Belgio, Croazia,Francia,Gran Bretagna e Italia) assieme alla Germania, alla presidenza dell'Unione europea e agli Stati Uniti constatano come la dichiarazione d'indipendenza segna la fine di un processo che 'aveva esaurito tutte le vie di uscita'.'Le parti devono evitare qualsiasi provocazione',ha detto Ban Ki-moon.

Kosovo: la Cina si schiera con Mosca (ANSA) - PECHINO, 18 FEB 8:51 - La Cina si schiera con Mosca e afferma di essere 'profondamente preoccupata' per la dichiarazione d'indipendenza da parte del Kosovo.Il portavoce del ministero degli esteri Liu Jianchao ha definito 'unilaterale' la decisione del Kosovo, aggiungendo che essa 'avra' un' influenza negativa sulla pace e stabilita' nella regione dei Balcani'. La Cina e' il secondo paese con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, dopo la Russia, a criticare la dichiarazione d'indipendenza di Pristina.

Premier australiano: riconosceremo l'indipendenza Kosovo - Sydney, 18 feb. 9:34 - (Adnkronos/dpa) - L'Australia e' pronta a riconoscere l'indipendenza del Kosovo, ha affermato oggi il primo ministro laburista Kevin Rudd. "La triste storia del Kosovo significa che dobbiamo fare il possibile per assicurare che i cittadini di questa parte del mondo siano protetti in futuro- ha detto il capo del governo australiano - per questo estenderemo il riconoscimento diplomatico alla prima occasione".


2 gennaio 2008

I più ricercati del Vermont

Ciò che io adoro degli americani, e che a mio avviso li rende migliori degli europei, è che quando credono in qualcosa non si rivolgono a governi, giudici, associazioni di consumatori, perché incapaci di porre in essere qualunque cosa senza una sottoscrizione che abbia un minimo di "pubblica ufficialità" (o peggio ancora, perché troppo vigliacchi per esporsi): gli americani se ne fanno carico in prima persona. Cosa che è riscontrabile in questa iniziativa (che io personalmente non condivido appieno, anche se la comprendo).

Un gruppo di cittadino di Brattlesboro (VT) vuole far processare George W. Bush ed il suo braccio destro, Dick Cheney, per crimini di guerra, e si è attivata per far sì che, qualora un domani i due uomini politici mettano piede nel territorio del sudest Vermont, siano tratti in arresto e portati in giudizio. Nata come petizione, la questione potrebbe essere discussa nel prossimo marzo all'Assemblea generale della Città. "La petizione è radicale come la Dichiarazione di indipendenza e si inserisce in quel filone di giurisdizione universale che opera quando i governi non riescono a fare ciò che dovrebbero fare", ha detto Kurt Daims, macchinista in pensione, fra gli autori della petizione.

Ce li vedo, gli italiani di un comune X, che si attivano per arrestare Prodi per "estorsione" (vista la tassazione elevata del suo governo, vero e proprio furto), o Berlusconi per "conflitto di interessi": i sindacati dovrebbero... L'opposizione dovrebbe... I giudici dovrebbero... Voi dovreste... Essi dovrebbero... Ma il "noi" o l' "io" non sono contemplati quasi mai.

"La prima volta che ho inteso dire negli Stati Uniti che ben centomila uomini si erano impegnati a non fare uso di bevande alcooliche, la cosa mi è sembrata più divertente che seria, e da principio non ho compreso perché questi cittadini così temperati non si contentavano di bere acqua nell’intimità delle loro famiglie. Ma poi ho finito per comprendere che questi centomila americani, preoccupati dai progressi che faceva intorno a loro l’ubriachezza, erano sorti in difesa della sobrietà e avevano agito precisamente come un grande signore che si vestisse in modo semplice per ispirare ai cittadini il disprezzo del lusso. È da credere che, se questi centomila uomini fossero stati francesi, ognuno di essi si sarebbe rivolto individualmente al governo per pregarlo di sorvegliare tutte le osterie del regno" A. de Tocqueville, La democrazia in America


Brattleboro, Vermont


7 novembre 2007

fighting the global warming

Dal "Late Show with David Letterman"

"Bush è intenzionato a contrastare il riscaldamente globale. Oggi ha detto che manderà 20.000 soldati sul sole".





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2 ottobre 2007

Differenze...

Dal "Late Show with David Letterman":

"Quand'era Governatore del Texas, George W. Bush ha presieduto a 152 esecuzioni. Per Ahmadinejad, 152 esecuzioni rappresentano una giornata piatta"




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31 agosto 2007

New Orleans due anni dopo Katrina

Il secondo anniversario della peggiore calamità naturale della storia Usa, la devastazione di New Orleans da parte dell'uragano Katrina, è stato ricordato ieri nella città del jazz con rintocchi di campane, momenti di silenzio, inaugurazioni di memoriali per le vittime, una visita del presidente George W. Bush e marce di protesta per la lentezza della ricostruzione. 

La mancanza di coordinamento fra le forze locali, quelle statali e quelle federali contribuirono a rendere ancora più pesante il bilancio della catastrofe naturale. Il governatore Catherine Blanco, che non volle cedere il comando della Guardia Nazionale a Washington nonostante la disorganizzazione in cui versava, i ritardi della FEMA (Federal Emergency Management Agency) nel portare benzina, gasolio e GEN pak (generatori elettrici) per pompare l'acqua al di fuori della città, ritardi di cui la Casa Bianca si accollò la responsabilità, fecero scaturire dure polemiche. Il sindaco di New Orleans, Ray Nagin, usò parole di fuoco: "Prima di fare conferenze stampa trionfanti, accertatevi che i soccorsi siano effettivamente arrivati".

Oggi il famoso French Quarter è tornato in piena attività con i suoi ristoranti ed i locali di musica jazz; ma il resto di New Orleans reca ancora le ferite dell'uragano che ha causato la morte di oltre 1600 persone e inondato l'80 per cento della città. Due anni dopo Katrina vaste aree di New Orleans offrono ancora un aspetto desolante, con case abbandonate ed attività economiche distrutte. Servizi di base come ospedali, scuole, trasporti pubblici, asili nido sono ancora al di sotto del 50 per cento della situazione pre-uragano. "La gente è arrabbiata e desidera inviare un messaggio ai politici che bisogna fare di più e più rapidamente per salvare la città", afferma il reverendo Marshall Truehill.

Per l'anniversario sono state organizzate ieri a New Orleans numerose cerimonie. Le campane hanno suonato dalle numerose chiese della città. Al Charity Hospital è stato inaugurato un memoriale per ricordare le vittime della inondazione. Insieme ad un mausoleo che ospiterà i resti di circa 100 vittime mai identificate.Una veglia a lume di candela è stata programmata per il tramonto a Jackson Square, la piazza più famosa della città. Marce di protesta, accompagnate da orchestrine jazz, sono state effettuate fin dal mattino per esprimere, approfittando della presenza massiccia dei media in occasione dell'anniversario, per i ritardi e le lentezza nell'opera di ricostruzione della capitale del jazz.

Tra i problemi non risolti c'é il rafforzamento delle dighe che cedettero la mattina del 29 agosto  lasciando la città indifesa.






20 luglio 2007

Il Pentagono accusa: Hillary aiuta la propaganda nemica

Duro botta e risposta tra il Pentagono e la senatrice Hillary Clinton sul futuro delle operazioni militari in Iraq. Un sottosegretario alla Difesa ha accusato l'ex First Lady di aiutare la 'propaganda nemica' con le sue richieste su come il Pentagono pianifichi un eventuale ritiro. Una presa di posizione che la Clinton ha definito 'scandalosa e pericolosa'. Lo scontro si inserisce nel clima teso delle iniziative politiche per ottenere date precise del ritiro dall'Iraq. Nel frattempo, il presidente George W. Bush ha ribadito che il Congresso americano deve dare ai militari in Iraq 'il tempo di cui hanno bisogno per mettere in atto la nuova strategia'. Il Presidente ha messo in guardia sul fatto che l'esito del conflitto 'avra' conseguenze enormi' per l'America e il mondo. Bush ha incitato il Congresso ad approvare leggi di rifinanziamento delle operazioni militari e a porre fine ai tentativi di imporre una data di scadenza per le operazioni.




16 luglio 2007

I repubblicani sfidano Bush sull'Iraq

Svolta al Congresso: anche i repubblicani sono scesi in campo, per la prima volta, con una proposta di legge per cambiare la politica del presidente George W. Bush sulla guerra in Iraq. Due autorevoli senatori repubblicani, John Warner e Richard Lugar, presenteranno una legge che obbliga il presidente George W. Bush a chiedere al Congresso una nuova autorizzazione per la guerra in Iraq e a presentare entro il 16 ottobre un nuovo piano strategico che include una riduzione delle presenza militare in Iraq a partire dalla fine del 2007.

"Molte delle condizioni che esistevano cinque anni fa quando autorizzammo l'invasione non esistono più o sono diventate irrilevanti per la nostra situazione", ha spiegato Lugar. "Dato l'attuale livello di violenza in Iraq, il risultato ottimale di un governo unificato, pluralista e democratico che sia in grado di mantenere la sicurezza, proteggere i confini e ottenere sviluppo economico non ha molte possibilità di essere raggiunto in un prossimo futuro", afferma il testo della proposta di legge.

A Bush viene chiesto di presentarsi al Congresso e delineare una strategia con compiti ridotti per i militari Usa rinunciando a "voler controllare la guerra civile o la violenza settaria" in Iraq. Gli sforzi Usa dovrebbero essere concentrati su protezione dei confini iracheni, operazioni specifiche contro i terroristi e protezione dei beni americani. La mossa dei due senatori repubblicani giunge dopo che la Camera aveva approvato nella notte fra giovedì e venerdì una misura che prevede l'inizio del ritiro delle truppe Usa entro 120 giorni, da concludere entro l'aprile 2008. Ma il provvedimento, che sfida la minaccia di veto del presidente George W. Bush, è passato per 223 voti a 201: solo quattro repubblicani l'hanno sostenuto. E' una maggioranza stretta ben lontana, per mancanza ancora di 70 voti, dal livello necessario per superare il veto presidenziale. Il conto dei voti è frustrante per i democratici anche al Senato dove hanno bisogno di almeno 60 voti per superare i blocchi procedurali repubblicani e almeno 67 voti per sconfiggere un veto del presidente. Una legge che due giorni fa chiedeva più riposo in patria per i soldati Usa in missione in Iraq ha ricevuto l'appoggio solo di 7 repubblicani: i 56 voti ottenuti erano insufficienti a superare l'argine dei 60 previsto dai regolamenti.

Ma i democratici vogliono continuare a presentare leggi al Congresso per creare pressione continua sui parlamentari repubblicani (specie quelli, e sono tanti, che dovranno presentarsi al giudizio dell'elettorato nel 2008) e di riflesso sul presidente Bush. Per la Casa Bianca il fattore vitale è il tempo. Bush ha detto che non prenderà alcuna nuova decisione fino al 15 settembre quando il generale David Petraeus (il responsabile delle forze americane in Iraq) e l'ambasciatore americano a Baghdad Ryan Crocker presenteranno un atteso rapporto, voluto dal Congresso, sul successo della nuova strategia. Bush ha bisogno di poter mostrare progressi, di poter vantare un successo prima di iniziare l'inevitabile fase di ritiro delle truppe.

Il rapporto temporaneo presentato giovedì al Congresso non offriva grandi segni di incoraggiamento sui 18 obiettivi fissati per il governo del premier Nuri al-Maliki. Il segretario di stato Condoleezza Rice ha fatto  il giro delle tv Usa per ribadire la sua fiducia in Maliki. "Dobbiamo riconoscere che il governo di Nuri al-Maliki sta cercando di fare una cosa molto difficile - ha detto la Rice - Dobbiamo continuare a dar loro il nostro sostegno e, cosa molto importante, dobbiamo evitare di dare giudizi prematuri". La Rice ha difeso a spada tratta Maliki: "E' una persona che cerca di fare il meglio possibile per il suo Paese ma non può agire da solo, ha bisogno di aiuto - ha detto - sta cercando di portare cambiamenti fondamentali al Paese e non è una impresa facile".

Il presidente Bush ha parlato in video conferenza a lungo con l'Iraq, dalla Casa Bianca  per incoraggiare i tentativi delle autorità irachene e dei militari e civili americani a stabilizzare la situazione nell'ex paese di Saddam Hussein. Nello stesso tempo il generale Benjamin Mixon, parlando da Baghdad ai media a Washington, ha ammonito che "vi sarebbero gravi conseguenze in Iraq" se le truppe americane si ritireranno prima del tempo dovuto. Ma una riduzione dell'impegno militare Usa è inevitabile: a partire dal prossimo aprile il Pentagono, per motivi di rotazione, dovrà ritirare una brigata al mese e la sostituzione é destinata a creare notevoli problemi. Per Bush il grande interrogativo è adesso quale momento scegliere per annunciare la riduzione delle truppe, che dovrà avvenire per ragioni militari, come ha sempre detto, e non per calcoli politici. Ma per fare questo la Casa Bianca ha bisogno di ricevere dai militari in Iraq almeno una buona notizia. E finora questo non é successo. (AmericaOggi)


17 giugno 2007

Alexander Cockburn ovvero quando anche un anti-imperialista sostiene che solo un coglione idiota può credere che l'11 settembre sia stato un complotto americano

11 settembre, il complotto che non ci fu

di Alexander Cockburn*

Si è fatta strada l'idea che gli attentati dell'11 settembre siano stati manipolati dalla Casa bianca. Ma, replica Alexander Cockburn, figura influente della sinistra radicale negli Stati uniti, una convinzione simile denota, paradossalmente, una sorta di timore reverenziale di fronte alla potenza americana, che invece non riesce neanche a realizzare imprese senz'altro meno gigantesche dell'eventuale organizzazione (e conseguente simulazione) d'un tale complotto.

Dov'era la sinistra americana durante la campagna che, il 7 novembre, s'è conclusa con la vittoria dei democratici nelle due camere del Congresso? Era per strada a manifestare contro la guerra in Iraq?
No, il movimento antiguerra è inerte da mesi. E, durante una delle rare manifestazioni pacifiste organizzate nella mia città di Eureka, in California, in cui mi hanno domandato di prendere la parola, tre dei cinque oratori non hanno neanche fatto un accenno al conflitto in corso, preferendo addormentare il pubblico con interminabili elucubrazioni sugli attentati dell'11 settembre 2001. L'obiettivo? Provare che si è trattato di un complotto interno fomentato da George W. Bush e Richard Cheney o (variazione sul tema) da potenze oscure, di cui gli inquilini della Casa bianca sono stati semplici portatori d'acqua.
Cinque anni dopo gli attentati, la «teoria del complotto» relativa all'11 settembre, ha incrinato le difese della sinistra americana.
La si riscontra anche nella destra «populista» o «libertariana», ma questo non ha nulla di sorprendente poiché le due correnti di pensiero, il cui riflesso è quello di diffidare dello stato, cercano spesso di stanare il complottista più adatto alla loro animosità del momento, che si tratti del fisco, dell'Agenzia federale di gestione delle emergenze (Federal emergency management agency, Fema), delle Nazioni unite (1) o degli ebrei.
Con i tempi che corrono, rari sono i militanti di sinistra che imparano l'economia politica leggendo Karl Marx. Un vuoto teorico e strategico che ha alimentato la tesi dei teorici del complotto che coglie nei misfatti della classe dirigente non la crisi d'accumulazione del capitale, o la ricerca d'un tasso di profitto più elevato, o le rivalità interimperialiste, ma dei magheggi orditi in determinati luoghi: il Bohemian Grove (2), il gruppo di Bilderberg, Davos, ecc. Senza dimenticare le istituzioni e le agenzie malefiche, in testa a tutte la Central Intelligence Agency (Cia). Il «complotto» dell'11 settembre ha portato queste stupidaggini al parossismo.
Ci si imbatte nella principale assurdità di questa tesi fin dal primo paragrafo del libro di uno dei suoi più grandi sacerdoti, David Ray Griffin. In 11 settembre, la nuova Pearl Harbor (3), egli scrive: «La migliore smentita della versione ufficiale sta nello svolgimento stesso degli avvenimenti dell'11 settembre. (...) Tenuto conto delle procedure abituali in caso di dirottamento aereo (...), nessuno di quegli aerei avrebbe dovuto raggiungere il bersaglio, meno ancora tutti e tre insieme».
La parola-chiave è «dovuto». Una delle caratteristiche degli addetti al complotto è la fiducia assoluta che mostrano nell'efficienza americana.
Molti di loro partono anzi da un assunto razzista, che si riscontra in certi loro scritti, per cui gli arabi non avrebbero mai potuto portare a termine un attentato simile. Di contro, credono che i dispositivi militari americani operino come dicono gli addetti stampa del Pentagono e i rappresentanti di commercio delle industrie d'armamenti. Di conseguenza, sono convinti che quando il volo 11 dell'American Airlines smette di emettere segnali, alle 8,14, un controllore di volo della Federal aviation administration (Faa) avrebbe «dovuto» immediatamente chiamare il centro di comando militare nazionale e il comando della difesa aerospaziale americana (Norad). E sono certi, poiché l'hanno letto «sul sito internet dell'Us air force», che un F-15 avrebbe allora «dovuto» intercettare il volo «verso le 8,24 e in ogni caso non più tardi delle 8,30».
Hanno mai letto un libro di storia militare? Se lo avessero fatto, avrebbero appreso che anche le operazioni pianificate con la più grande cura - a maggior ragione quando si tratta di anticipare una risposta a una minaccia senza precedenti storici - falliscono per ragioni legate alla stupidità, o alla vigliaccheria, o alla corruzione, o a qualche altro difetto della natura umana. Per non parlare dell'imprevedibilità del clima. Secondo i piani più minuziosi dello Strategic air command (Sac), un attacco lanciato dall'Unione Sovietica avrebbe dovuto, in passato, provocare l'apertura dei silos di missili del Dakota del nord, che avrebbe allora liberato i proiettili intercontinentali Icbm verso Mosca e altri bersagli designati. Tuttavia, ognuno dei quattro test di questo genere fallì, al punto che il Sac dovette rinunciarvi. Era per via di un equipaggiamento difettoso, d'incompetenza umana, della truffa di un... militare? O... di un complotto? Il tentativo di liberare gli ostaggi dell'ambasciata degli Stati uniti a Tehran, il 24 aprile 1980, compiuto dal presidente democratico Jimmy Carter, non andò a buon fine perché una tempesta di sabbia aveva messo fuori uso tre degli otto elicotteri, perché gli elicotteri erano difettosi, o... perché gli agenti di Ronald Reagan (l'elezione presidenziale americana ebbe luogo sette mesi dopo) versarono zucchero nei serbatoi? Quando il signor Cohen aumenta i prezzi del suo piccolo negozio, è forse perché vuole guadagnare un dollaro di più, perché il suo affitto è aumentato, o... perché gli ebrei vogliono dominare il mondo?
Qualche fotografia dell'impatto dell'«oggetto» - cioè del Boeing 757, volo 77 - fa pensare al foro di un missile. Vedete, dicono gli avvocati della tesi di un golpe interno, non è stato il Boeing 757 ma un missile ad aver colpito il Pentagono. L'idea che, sviluppando i negativi, un po' di fumo abbia modificato le dimensioni apparenti del buco è subito respinta. Di conseguenza, poco importa che Charles Spinney, che ha lasciato il Pentagono dopo aver rivelato per anni le stravaganze finanziarie del ministero della difesa, mi abbia raccontato: «Le foto dell'aereo che colpisce il Pentagono esistono. Sono state prese dalle telecamere di sorveglianza dell'eliporto, situato proprio di fianco al punto d'impatto. Le ho viste. Da ferme e in movimento.
Non ho assistito all'impatto dell'aereo, ma l'autista del veicolo dal quale ero uscito proprio in quel momento l'ha visto con tale precisione che ha persino distinto i volti terrorizzati dei passeggeri ai finestrini. E conosco due persone che si trovavano sull'aereo.
Una di loro è stata identificata grazie ai denti ritrovati nel Pentagono».
Osama bin Laden è pagato dalla Cia?
Gli addetti al complotto obbietteranno che Spinney ha già servito lo stato, che le identificazioni dentarie sono state falsificate, che il Boeing 757 è stato dirottato verso il Nebraska per un appuntamento con il presidente Bush: il quale ha poi abbattuto i passeggeri, bruciato i corpi sulla pista e offerto i denti dell'amico di Spinney a Cheney perché li facesse cadere dalle tasche bucate durante un'ispezione alle macerie nel Pentagono...? Ironia a parte, centinaia di persone in grado di distinguere un missile da un aereo di linea, hanno visto l'aereo. E poi perché chi è stato ferito quel giorno, chi ha perso amici o colleghi avrebbe dovuto parteciperebbe a una simile messa in scena? E d'altro canto, perché utilizzare un missile potendo disporre di un aereo e- sempre secondo la tesi degli addetti al complotto - essendo già riusciti a far esplodere (grazie a un comando a distanza...) due aerei contro bersagli molto più difficili da colpire, come le due torri di New York?
Osama bin Laden ha rivendicato gli attentati? È pagato dalla Cia, ci dicono. E così di seguito... In fondo, qual è lo scopo di tutto ciò? Provare che Bush e Cheney son capaci di tutto? Ma essi non hanno mai portato la prova del livello di competenza richiesto per riuscire in un'operazione così sofisticata. All'indomani della vittoria delle truppe americane in Iraq, non sono neanche stati capaci di far trasportare sul posto qualche cassa con la scritta «Adm» che sta per «armi di distruzione di massa». Eppure, gli sarebbe bastato mostrarla a una stampa incantata perché la fotografia facesse il giro del mondo - e che la «prova» della giustezza della guerra fosse stabilita.
La vittoria elettorale dei democratici ci ricorderà presto che Bush e Cheney non sono così differenti dai responsabili della politica estera americana che li hanno preceduti, o che verranno dopo. Esiste un consenso bipartisan sulla questione d'Israele, dell'Iraq, ecc.
Cercando di convincerci dell'inedita pericolosità dell'amministrazione al potere, gli addetti al complotto contribuiscono ad alimentare il fantasma che una nuova amministrazione - Clinton, Gore o un'altra - s'adopererebbero per portare avanti politiche molto più umane di quelle attuali.
Le torri, ci dicono ancora, non sono crollate a una velocità inattesa perché erano mal costruite (per ragioni legate alla corruzione, o all'incompetenza delle imprese dei lavori pubblici, o a controlli superficiali), e perché sono state colpite da grossi aerei pieni di carburante. Sarebbero cadute come un millefoglie perché gli agenti di Cheney - e ce ne sono voluti molti! - hanno infarcito ogni pianerottolo di cariche esplosive nei giorni precedenti l'11 settembre. Un'impresa che ha avuto bisogno di migliaia di persone, tutte complici di un assassinio di massa e tutte in silenzio dopo...
Eppure sappiamo, dopo Machiavelli, che una macchinazione corre più rischi di essere smascherata se ricorre a un nuovo complice. Del resto, nel caso dei terroristi dell'11 settembre, molti di loro avevano parlato del progetto. È stata proprio l'idea che degli arabi armati di taglierino non avrebbero mai potuto realizzare un attentato simile a spiegare perché non siano stati presi sul serio e si sia tenuto il segreto. Un filosofo inglese, frate francescano del XIV secolo, ci ha insegnato che, quando un fatto può essere spiegato in diversi modi, la spiegazione più convincente è quella che richiede il minor numero possibile di ipotesi successive (principio detto «del rasoio d'Ockham»). Ora, nel caso dell'11 settembre, il ricorso all'ipotesi delle cariche esplosive non è assolutamente necessario per comprendere la caduta accelerata delle torri, compreso la torre 7 che non è stata colpita da un aereo. Un ingegnere ha analizzato a fondo le spiegazioni tecniche che rendono la teoria degli esplosivi così improbabile da diventare assurda (4).
Ci sono molti veri complotti negli Stati Uniti. Perché fabbricarne altri? Ogni anno, i grandi proprietari e le autorità di New York, «cospirano» per ridurre il numero di caserme dei pompieri, in modo che i quartieri brucino più facilmente e che i poveri che vi abitano ancora li abbandonino, cosicché i promotori possano costruire più facilmente appartamenti di lusso. Si osserva il fenomeno a Brooklyn, ma anche a San Francisco, dove quel che resta della popolazione nera abita un quartiere che comprende novecento ettari di territorio con una vista insuperabile sulla baia. Perché non interessarsi piuttosto a questo tipo di «complotto»?
Si diceva che i russi non avrebbero mai potuto costruire una bomba atomica senza avere dei traditori comunisti al loro servizio: Hitler era già stato vittima d'un tradimento dello stesso tipo, altrimenti le sue truppe non sarebbero mai state sconfitte dall'Armata rossa.
John Fitzgerald Kennedy non può essere stato ucciso da Lee Harvey Oswald: è stato un colpo della Cia. E non si contano le spiegazioni simili che «provano» come né i russi, né gli arabi, né i vietnamiti, né i giapponesi avrebbero potuto realizzare quel che invece sono riusciti a fare gli intrighi dei complottisti cristiani bianchi.
Questo tipo di analisi fa risparmiare ben altre letture e scansa la fatica di riflettere. Negli anni '50, la paura di una guerra atomica, non aveva forse prodotto allucinazioni come quella dei dischi volanti?
Alcuni militanti della sinistra americana credono che ogni pioggia porti l'arcobaleno. Uno di loro, pur burlandosi della tesi del «complotto interno» l'11 settembre 2001, mi ha detto: «Ciò che m'interessa in questa storia è vedere quante persone sono disposte a credere che Bush abbia suggerito o saputo degli attentati, e abbia lasciato fare.
Questo indica che un alto numero di americani non ha più nessuna fiducia in quelli che elegge. È questo che conta». «Non sono sicuro - gli ho risposto - che un cinismo simile sia un vantaggio. Al contrario, demotiva e allontana la popolazione dalle battaglie politiche che potrebbero portare frutti». La teoria del complotto nasce infatti dalla disperazione e dall'infantilismo politico. Immaginare che possa produrre energie progressiste, equivale a credere che un esaltato che si sgola a un angolo di strada rivelerà per forza un talento da grande oratore.
Nel suo libro sui servizi segreti britannici, Richard J. Aldrich descrive il modo in cui un rapporto del Pentagono ha chiesto che alcuni documenti relativi all'assassinio di Kennedy, appena declassificati, fossero messi su internet. L'obiettivo? «Soddisfare il desiderio costante del pubblico di conoscere i "segreti" fornendogli materiale per divertirsi». E Aldrich aggiunge: «Se i giornalisti investigativi e gli specialisti di storia contemporanea dedicano il loro tempo a questioni irresolubili e logore, li vedremo meno sui terreni dove non sono graditi (5)». Non possiamo allora immaginare che la Casa bianca tragga vantaggio dalle ossessioni relative al «complotto» dell'11 settembre, che sviano l'attenzione dalle mille e una malefatte reali del sistema di dominio attuale? Andando al nocciolo, il filosofo Theodor Adorno ha scritto nei Minima Moralia (6): «La moda dello spiritismo è il segno di una regressione della coscienza, che ha perduto la forza di pensare l'incondizionato e di sopportare il condizionato».



 

note:
* Condirettore del bimestrale CounterPunch e dell'omonimo sito (www.counterpunch.org), che contengono alcune fra le analisi più vigorose, meglio argomentate e più lette contro la politica imperiale degli Stati uniti, gli orientamenti neoliberisti dell'Occidente e l'ignoranza delle emergenze ecologiche del pianeta.

(1) Nel 1987, una serie di fiction televisive in cui, entro 10 anni, i russi, travestiti da caschi blu delle Nazioni unite, avrebbero occupato il territorio americano, ha dato corpo a un fantasma esistente e allo stesso tempo lo ha alimentato. Si legga Serge Halimi, « Effrayantes invasions », Le Monde diplomatique, ottobre 1995.

(2) Circolo molto chiuso, con sede vicino a San Francisco, alle cui riunioni partecipavano gli ex presidenti Richard Nixon, Ronald Reagan, George H. W. Bush, William Clinton, e così pure il primo ministro britannico Anthony Blair.

(3) David Ray Griffin, 11 settembre, la nuova Pearl Harbor, Fazi, 2006.

(4) Per la confutazione «tecnica» dei principali elementi della teoria del complotto, cfr. www.counterpunch.org/ninelevenconspiracists11252006.html
(5) Richard J. Aldrich, The Hidden Hand, Overlook Press, New York, 2002.

(6) Theodor Wiesengrund Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, pag. 291, Einaudi, 1979.
(Traduzione di E. G.)


tratto da "Le Monde Diplomatique" di dicembre 2006, distribuito in Italia da "Il Manifesto"


Alexander Cockburn


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