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"Democracy is two wolves and a lamb voting on what to have for lunch. Liberty is a well-armed lamb contesting the vote"

Benjamin Franklin




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4 marzo 2009

Aspettando "La casa nella prateria 2"

"La casa nella prateria" è una serie televisiva americana  ambientata in Minnesota nata nel 1973 e durata ben nove anni, con ben tre film per la tv realizzati come accompagnamento. Fu un successo per l'epoca. La serie è basata sui libri autobiografici di Laura Ingalls Wilder.

L'autrice ci ha regalato anche un'altra cosa: sua figlia, Rose Wilder Line, che è stata una giornalista e un'attivista libertaria, fondatrice insieme ad Ayn Rand e ad Isabel Paterson del movimento libertario americano. Sembra che ci abbia messo più di uno zampino nei libri di sua madre, visto il suo lavoro. Ma non sono qui per parlare di questo.

Fatto sta, che per molti il successo de "La casa nella prateria" non è stato casuale. Gli americani erano disillusi dai fallimenti delle politiche tanto decantate a "livello ideale" del New Deal, della New Frontier, della Great Society, mentre dovevano fare i conti nella realtà con la tragedia del VietNam. Il successo di quella serie era dovuto anche al desiderio della nazione americana di tornare ai suoi valori fondanti, ai valori dei pionieri, ai valori dell'America vera... ai valori libertari, insomma, su cui erano nati gli Stati Uniti d'America. Desiderio della nazione americana che si tradusse nei due dirompenti mandati a Ronald Reagan, il primo dei quali, guarda caso, è nato proprio nel periodo del fulgore della serie.

Penso che i miei lettori più affezionati in "combinato disposto" titolo/testo abbiano già capito dove voglio andare a parare. Comunque: non appena questa intossicazione Obamediatica avrà termine, forse gli americani avranno una nuova età dell'oro.

"Le nove parole più terrificanti della lingua inglese sono: io sono del governo e sono qui per aiutarvi" Ronald Reagan



21 ottobre 2008

L'assalto alla diligenza

Da mesi ormai (basta scorrere i post) ero abbastanza convinto che vincesse Obama, non tanto (o non solo) per meriti suoi, quanto perché fin dall'inizio sono stato convinto che quella di McCain fosse una scelta azzardata (giusto perché non sarebbe carino dire "del cazzo") della base repubblicana, evidentemente poco "memore" della tornata elettorale Clinton-Dole, poco memore dei perché del successo di Reagan, poco memore di tante altre cose (evidentemente il pressappochismo della campagna di Rudy Giuliani aveva fatto breccia in tutto il sistema delle primarie del GOP, non solo nello staff del pizzettaro-americano). Gli azzardi vanno bene a LV, in politica pagano molto poco spesso.

Oramai ci stiamo avvicinando alla vigilia dell'appuntamento elettorale, e da più parti iniziano ad arrivare gli endorsement di gente che, a suo dire fin dall'inizio, aveva appoggiato Obama; solo che, per qualche motivo, si era dimenticata di dirlo... Qualche giorno fa Colin Powell, oggi il presidente di Google -a titolo personale, non come azienda, ci ha tenuto a chiarire- rivelando come lo abbia anche aiutato nella campagna -l'ha fatta tutta lui, in pratica... ed Obama forse neanche lo sapeva!-. Entrambi sedicenti Obamisti della prima ora, ma che si sono ricordati di fare l'endorsement solo oggi, quando i sondaggi stanno diventando inequivocabili. Un po' come l'endorsement dell'NRA a McCain, che pressappoco diceva "noi dell'NRA abbiamo sul cazzo McCain in maniera indicibile, ma come ultima mossa disperata anti-Obama siamo disposti aanche a fargli un endorsement". Almeno questi non sono stati ipocriti.

E sì, perché onore a chi già dalle primarie aveva visto in Obama un candidato vincente, ma nessuno mi leva dalla testa che tutti questi endorsement dell'ultim'ora non siano che un modo per salire sul carro del vincitore... Obama adesso si ritroverà con tantissimi "amici di vecchia data" di cui fino a qualche giorno fa non sapeva nemmeno dell'esistenza. Auguri, candidato Obama!




25 luglio 2008

Discorsi berlinesi

Berlino, data anche la sua storia e la sua posizione, è sempre stato il crocevia fra est ed ovest. Proprio per questo, è stata teatro di grandi discorsi da parte dei presidenti americani in visita.

Famosissimo quello di John F. Kennedy nel 1963: "Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum." Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner". Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono -- ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del progresso. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici. Che vengano a Berlino".





Anche Ronald Reagan parlò a Berlino nel 1987 (in un discorso straordinario, molto più di quello di Kennedy), chiedendo a gran voce all'allora segretario Gorbaciov di abbattere il Muro: "Se lei ha a cuore la libertà e il libero mercato, signor Gorbaciov, venga qui e tiri giù questo Muro".




Insomma, i presidenti americani, in visita nella città tedesca, hanno sempre chiesto qualcosa per gli altri, invitando il mondo a dare uno sguardo oltre cortina.

Obama non è presidente americano, è solo un candidato che con questo spot ha cercato di dare una forte e globale sterzata alla sua immagine. Ma anche qui, Obama non ha inventato niente. Un altro, che non era presidente americano (come Obama), che aveva un grosso culto della personalità (come Obama), e che era socialisteggiante (come Obama), aveva fatto, tempo fa, un discorso davanti ad una folla in delirio (come Obama).



Auguri, America


27 febbraio 2008

McCain è una minaccia per il II emendamento

L'allarme è lanciato dal Gun Owners of America e da Chuck Baldwin, pastore battista fondatore della Crossroads Baptist Church di Pensacola (FL), chiesa elogiata nel 1985 dal Presidente Ronald Reagan per la sua crescita e per il suo contributo politico. Baldwin conduce un talk show radiofonico su Genesis Communications Network chiamato "Chuck Baldwin Live", ed è molto attivo politicamente riguardo la difesa dei principi costituzionali.

Su cosa si basa questa dichiarazione? Sull'analisi dei precedenti legislativi del senatore dell'Arizona mezzo conservatore e mezzo liberal. Il 2 marzo 2004 John McCain appoggiò un emendamento alla S.1805 che intendeva mettere fuori legge la vendita di armi effettuata da privati alle fiere di armamenti. Questo emendamento di fatto avrebbe proibito le gun shows, in quanto l'emendamento attribuiva responsabilità in solido anche all'organizzatore della mostra in caso di violazione della suddetta legge (previsto anche il carcere).

Durante la 106esima legislatura (per dirla all'italiana), su 15 votazioni inerenti al diritto di portare e detenere armi, McCain ha votato favorevolmente solo 4 volte (un misero 27%... poco più del livello di un qualunque democratico hippy di San Francisco).

McCain ha supportato la legislazione federale che ha aumentato gli agenti impegnati nel reprimere e nell'accusare i proprietari di armi di violazioni di leggi federali restrittive sugli armamenti riguardanti la materia prettamente tecnica, da perseguire anche se involontarie (previsto anche qui il carcere).

Infine, McCain ha appoggiato il cosiddetto "Campaign Finance Reform" Bill, che pone paletti ad alucne associazioni circa l'appoggio ai candidati politici e le comunicazioni ai propri iscritti inerenti i candidati (fra le associazioni penalizzate in modo sostanziale, guarda caso, il GOA).

"John McCain può anche essersi candidato con il Partito Repubblicano", conclude Baldwin, "Ma non è altro che un liberal di regime: uno che l'America non può appoggiare".


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Nota: Con la sempre attenta Country Girl già avevo discusso delle mie perplessità su McCain/ II emendamento. Visto che la mia non è una crociata in stile sinistroide, inserisco il link che CG mi propose in quell'occasione che ribalta queste tesi. In modo che ognuno possa poi farsi un'opinione sua. La mia posizione penso sia chiara: non è un caso che non vediate e non vedrete MAI banner di McCain in questa pagina.


17 giugno 2007

Alexander Cockburn ovvero quando anche un anti-imperialista sostiene che solo un coglione idiota può credere che l'11 settembre sia stato un complotto americano

11 settembre, il complotto che non ci fu

di Alexander Cockburn*

Si è fatta strada l'idea che gli attentati dell'11 settembre siano stati manipolati dalla Casa bianca. Ma, replica Alexander Cockburn, figura influente della sinistra radicale negli Stati uniti, una convinzione simile denota, paradossalmente, una sorta di timore reverenziale di fronte alla potenza americana, che invece non riesce neanche a realizzare imprese senz'altro meno gigantesche dell'eventuale organizzazione (e conseguente simulazione) d'un tale complotto.

Dov'era la sinistra americana durante la campagna che, il 7 novembre, s'è conclusa con la vittoria dei democratici nelle due camere del Congresso? Era per strada a manifestare contro la guerra in Iraq?
No, il movimento antiguerra è inerte da mesi. E, durante una delle rare manifestazioni pacifiste organizzate nella mia città di Eureka, in California, in cui mi hanno domandato di prendere la parola, tre dei cinque oratori non hanno neanche fatto un accenno al conflitto in corso, preferendo addormentare il pubblico con interminabili elucubrazioni sugli attentati dell'11 settembre 2001. L'obiettivo? Provare che si è trattato di un complotto interno fomentato da George W. Bush e Richard Cheney o (variazione sul tema) da potenze oscure, di cui gli inquilini della Casa bianca sono stati semplici portatori d'acqua.
Cinque anni dopo gli attentati, la «teoria del complotto» relativa all'11 settembre, ha incrinato le difese della sinistra americana.
La si riscontra anche nella destra «populista» o «libertariana», ma questo non ha nulla di sorprendente poiché le due correnti di pensiero, il cui riflesso è quello di diffidare dello stato, cercano spesso di stanare il complottista più adatto alla loro animosità del momento, che si tratti del fisco, dell'Agenzia federale di gestione delle emergenze (Federal emergency management agency, Fema), delle Nazioni unite (1) o degli ebrei.
Con i tempi che corrono, rari sono i militanti di sinistra che imparano l'economia politica leggendo Karl Marx. Un vuoto teorico e strategico che ha alimentato la tesi dei teorici del complotto che coglie nei misfatti della classe dirigente non la crisi d'accumulazione del capitale, o la ricerca d'un tasso di profitto più elevato, o le rivalità interimperialiste, ma dei magheggi orditi in determinati luoghi: il Bohemian Grove (2), il gruppo di Bilderberg, Davos, ecc. Senza dimenticare le istituzioni e le agenzie malefiche, in testa a tutte la Central Intelligence Agency (Cia). Il «complotto» dell'11 settembre ha portato queste stupidaggini al parossismo.
Ci si imbatte nella principale assurdità di questa tesi fin dal primo paragrafo del libro di uno dei suoi più grandi sacerdoti, David Ray Griffin. In 11 settembre, la nuova Pearl Harbor (3), egli scrive: «La migliore smentita della versione ufficiale sta nello svolgimento stesso degli avvenimenti dell'11 settembre. (...) Tenuto conto delle procedure abituali in caso di dirottamento aereo (...), nessuno di quegli aerei avrebbe dovuto raggiungere il bersaglio, meno ancora tutti e tre insieme».
La parola-chiave è «dovuto». Una delle caratteristiche degli addetti al complotto è la fiducia assoluta che mostrano nell'efficienza americana.
Molti di loro partono anzi da un assunto razzista, che si riscontra in certi loro scritti, per cui gli arabi non avrebbero mai potuto portare a termine un attentato simile. Di contro, credono che i dispositivi militari americani operino come dicono gli addetti stampa del Pentagono e i rappresentanti di commercio delle industrie d'armamenti. Di conseguenza, sono convinti che quando il volo 11 dell'American Airlines smette di emettere segnali, alle 8,14, un controllore di volo della Federal aviation administration (Faa) avrebbe «dovuto» immediatamente chiamare il centro di comando militare nazionale e il comando della difesa aerospaziale americana (Norad). E sono certi, poiché l'hanno letto «sul sito internet dell'Us air force», che un F-15 avrebbe allora «dovuto» intercettare il volo «verso le 8,24 e in ogni caso non più tardi delle 8,30».
Hanno mai letto un libro di storia militare? Se lo avessero fatto, avrebbero appreso che anche le operazioni pianificate con la più grande cura - a maggior ragione quando si tratta di anticipare una risposta a una minaccia senza precedenti storici - falliscono per ragioni legate alla stupidità, o alla vigliaccheria, o alla corruzione, o a qualche altro difetto della natura umana. Per non parlare dell'imprevedibilità del clima. Secondo i piani più minuziosi dello Strategic air command (Sac), un attacco lanciato dall'Unione Sovietica avrebbe dovuto, in passato, provocare l'apertura dei silos di missili del Dakota del nord, che avrebbe allora liberato i proiettili intercontinentali Icbm verso Mosca e altri bersagli designati. Tuttavia, ognuno dei quattro test di questo genere fallì, al punto che il Sac dovette rinunciarvi. Era per via di un equipaggiamento difettoso, d'incompetenza umana, della truffa di un... militare? O... di un complotto? Il tentativo di liberare gli ostaggi dell'ambasciata degli Stati uniti a Tehran, il 24 aprile 1980, compiuto dal presidente democratico Jimmy Carter, non andò a buon fine perché una tempesta di sabbia aveva messo fuori uso tre degli otto elicotteri, perché gli elicotteri erano difettosi, o... perché gli agenti di Ronald Reagan (l'elezione presidenziale americana ebbe luogo sette mesi dopo) versarono zucchero nei serbatoi? Quando il signor Cohen aumenta i prezzi del suo piccolo negozio, è forse perché vuole guadagnare un dollaro di più, perché il suo affitto è aumentato, o... perché gli ebrei vogliono dominare il mondo?
Qualche fotografia dell'impatto dell'«oggetto» - cioè del Boeing 757, volo 77 - fa pensare al foro di un missile. Vedete, dicono gli avvocati della tesi di un golpe interno, non è stato il Boeing 757 ma un missile ad aver colpito il Pentagono. L'idea che, sviluppando i negativi, un po' di fumo abbia modificato le dimensioni apparenti del buco è subito respinta. Di conseguenza, poco importa che Charles Spinney, che ha lasciato il Pentagono dopo aver rivelato per anni le stravaganze finanziarie del ministero della difesa, mi abbia raccontato: «Le foto dell'aereo che colpisce il Pentagono esistono. Sono state prese dalle telecamere di sorveglianza dell'eliporto, situato proprio di fianco al punto d'impatto. Le ho viste. Da ferme e in movimento.
Non ho assistito all'impatto dell'aereo, ma l'autista del veicolo dal quale ero uscito proprio in quel momento l'ha visto con tale precisione che ha persino distinto i volti terrorizzati dei passeggeri ai finestrini. E conosco due persone che si trovavano sull'aereo.
Una di loro è stata identificata grazie ai denti ritrovati nel Pentagono».
Osama bin Laden è pagato dalla Cia?
Gli addetti al complotto obbietteranno che Spinney ha già servito lo stato, che le identificazioni dentarie sono state falsificate, che il Boeing 757 è stato dirottato verso il Nebraska per un appuntamento con il presidente Bush: il quale ha poi abbattuto i passeggeri, bruciato i corpi sulla pista e offerto i denti dell'amico di Spinney a Cheney perché li facesse cadere dalle tasche bucate durante un'ispezione alle macerie nel Pentagono...? Ironia a parte, centinaia di persone in grado di distinguere un missile da un aereo di linea, hanno visto l'aereo. E poi perché chi è stato ferito quel giorno, chi ha perso amici o colleghi avrebbe dovuto parteciperebbe a una simile messa in scena? E d'altro canto, perché utilizzare un missile potendo disporre di un aereo e- sempre secondo la tesi degli addetti al complotto - essendo già riusciti a far esplodere (grazie a un comando a distanza...) due aerei contro bersagli molto più difficili da colpire, come le due torri di New York?
Osama bin Laden ha rivendicato gli attentati? È pagato dalla Cia, ci dicono. E così di seguito... In fondo, qual è lo scopo di tutto ciò? Provare che Bush e Cheney son capaci di tutto? Ma essi non hanno mai portato la prova del livello di competenza richiesto per riuscire in un'operazione così sofisticata. All'indomani della vittoria delle truppe americane in Iraq, non sono neanche stati capaci di far trasportare sul posto qualche cassa con la scritta «Adm» che sta per «armi di distruzione di massa». Eppure, gli sarebbe bastato mostrarla a una stampa incantata perché la fotografia facesse il giro del mondo - e che la «prova» della giustezza della guerra fosse stabilita.
La vittoria elettorale dei democratici ci ricorderà presto che Bush e Cheney non sono così differenti dai responsabili della politica estera americana che li hanno preceduti, o che verranno dopo. Esiste un consenso bipartisan sulla questione d'Israele, dell'Iraq, ecc.
Cercando di convincerci dell'inedita pericolosità dell'amministrazione al potere, gli addetti al complotto contribuiscono ad alimentare il fantasma che una nuova amministrazione - Clinton, Gore o un'altra - s'adopererebbero per portare avanti politiche molto più umane di quelle attuali.
Le torri, ci dicono ancora, non sono crollate a una velocità inattesa perché erano mal costruite (per ragioni legate alla corruzione, o all'incompetenza delle imprese dei lavori pubblici, o a controlli superficiali), e perché sono state colpite da grossi aerei pieni di carburante. Sarebbero cadute come un millefoglie perché gli agenti di Cheney - e ce ne sono voluti molti! - hanno infarcito ogni pianerottolo di cariche esplosive nei giorni precedenti l'11 settembre. Un'impresa che ha avuto bisogno di migliaia di persone, tutte complici di un assassinio di massa e tutte in silenzio dopo...
Eppure sappiamo, dopo Machiavelli, che una macchinazione corre più rischi di essere smascherata se ricorre a un nuovo complice. Del resto, nel caso dei terroristi dell'11 settembre, molti di loro avevano parlato del progetto. È stata proprio l'idea che degli arabi armati di taglierino non avrebbero mai potuto realizzare un attentato simile a spiegare perché non siano stati presi sul serio e si sia tenuto il segreto. Un filosofo inglese, frate francescano del XIV secolo, ci ha insegnato che, quando un fatto può essere spiegato in diversi modi, la spiegazione più convincente è quella che richiede il minor numero possibile di ipotesi successive (principio detto «del rasoio d'Ockham»). Ora, nel caso dell'11 settembre, il ricorso all'ipotesi delle cariche esplosive non è assolutamente necessario per comprendere la caduta accelerata delle torri, compreso la torre 7 che non è stata colpita da un aereo. Un ingegnere ha analizzato a fondo le spiegazioni tecniche che rendono la teoria degli esplosivi così improbabile da diventare assurda (4).
Ci sono molti veri complotti negli Stati Uniti. Perché fabbricarne altri? Ogni anno, i grandi proprietari e le autorità di New York, «cospirano» per ridurre il numero di caserme dei pompieri, in modo che i quartieri brucino più facilmente e che i poveri che vi abitano ancora li abbandonino, cosicché i promotori possano costruire più facilmente appartamenti di lusso. Si osserva il fenomeno a Brooklyn, ma anche a San Francisco, dove quel che resta della popolazione nera abita un quartiere che comprende novecento ettari di territorio con una vista insuperabile sulla baia. Perché non interessarsi piuttosto a questo tipo di «complotto»?
Si diceva che i russi non avrebbero mai potuto costruire una bomba atomica senza avere dei traditori comunisti al loro servizio: Hitler era già stato vittima d'un tradimento dello stesso tipo, altrimenti le sue truppe non sarebbero mai state sconfitte dall'Armata rossa.
John Fitzgerald Kennedy non può essere stato ucciso da Lee Harvey Oswald: è stato un colpo della Cia. E non si contano le spiegazioni simili che «provano» come né i russi, né gli arabi, né i vietnamiti, né i giapponesi avrebbero potuto realizzare quel che invece sono riusciti a fare gli intrighi dei complottisti cristiani bianchi.
Questo tipo di analisi fa risparmiare ben altre letture e scansa la fatica di riflettere. Negli anni '50, la paura di una guerra atomica, non aveva forse prodotto allucinazioni come quella dei dischi volanti?
Alcuni militanti della sinistra americana credono che ogni pioggia porti l'arcobaleno. Uno di loro, pur burlandosi della tesi del «complotto interno» l'11 settembre 2001, mi ha detto: «Ciò che m'interessa in questa storia è vedere quante persone sono disposte a credere che Bush abbia suggerito o saputo degli attentati, e abbia lasciato fare.
Questo indica che un alto numero di americani non ha più nessuna fiducia in quelli che elegge. È questo che conta». «Non sono sicuro - gli ho risposto - che un cinismo simile sia un vantaggio. Al contrario, demotiva e allontana la popolazione dalle battaglie politiche che potrebbero portare frutti». La teoria del complotto nasce infatti dalla disperazione e dall'infantilismo politico. Immaginare che possa produrre energie progressiste, equivale a credere che un esaltato che si sgola a un angolo di strada rivelerà per forza un talento da grande oratore.
Nel suo libro sui servizi segreti britannici, Richard J. Aldrich descrive il modo in cui un rapporto del Pentagono ha chiesto che alcuni documenti relativi all'assassinio di Kennedy, appena declassificati, fossero messi su internet. L'obiettivo? «Soddisfare il desiderio costante del pubblico di conoscere i "segreti" fornendogli materiale per divertirsi». E Aldrich aggiunge: «Se i giornalisti investigativi e gli specialisti di storia contemporanea dedicano il loro tempo a questioni irresolubili e logore, li vedremo meno sui terreni dove non sono graditi (5)». Non possiamo allora immaginare che la Casa bianca tragga vantaggio dalle ossessioni relative al «complotto» dell'11 settembre, che sviano l'attenzione dalle mille e una malefatte reali del sistema di dominio attuale? Andando al nocciolo, il filosofo Theodor Adorno ha scritto nei Minima Moralia (6): «La moda dello spiritismo è il segno di una regressione della coscienza, che ha perduto la forza di pensare l'incondizionato e di sopportare il condizionato».



 

note:
* Condirettore del bimestrale CounterPunch e dell'omonimo sito (www.counterpunch.org), che contengono alcune fra le analisi più vigorose, meglio argomentate e più lette contro la politica imperiale degli Stati uniti, gli orientamenti neoliberisti dell'Occidente e l'ignoranza delle emergenze ecologiche del pianeta.

(1) Nel 1987, una serie di fiction televisive in cui, entro 10 anni, i russi, travestiti da caschi blu delle Nazioni unite, avrebbero occupato il territorio americano, ha dato corpo a un fantasma esistente e allo stesso tempo lo ha alimentato. Si legga Serge Halimi, « Effrayantes invasions », Le Monde diplomatique, ottobre 1995.

(2) Circolo molto chiuso, con sede vicino a San Francisco, alle cui riunioni partecipavano gli ex presidenti Richard Nixon, Ronald Reagan, George H. W. Bush, William Clinton, e così pure il primo ministro britannico Anthony Blair.

(3) David Ray Griffin, 11 settembre, la nuova Pearl Harbor, Fazi, 2006.

(4) Per la confutazione «tecnica» dei principali elementi della teoria del complotto, cfr. www.counterpunch.org/ninelevenconspiracists11252006.html
(5) Richard J. Aldrich, The Hidden Hand, Overlook Press, New York, 2002.

(6) Theodor Wiesengrund Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, pag. 291, Einaudi, 1979.
(Traduzione di E. G.)


tratto da "Le Monde Diplomatique" di dicembre 2006, distribuito in Italia da "Il Manifesto"


Alexander Cockburn


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