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6 febbraio 2008

God save the Libertarian North

In questo turbinio seguente il Super Martedì, di cui penso ormai sappiate tutto, cercherò di fare una riflessione spero diversa dalle altre.

Se gli Stati del Sud si sono mostrati conservatori huckabiani, gli Stati del Nord hanno dimostrato una tendenza libertaria non indifferente. In Alaska, Montana, North Dakota, Ron Paul ha ottenuto una percentuale niente male, dimostrando di giocarsela alla pari con gli altri tre candidati mainstream.

In Alaska (forse lo stato fra quelli nominati andato peggio) Mitt Romney l'ha fatta da padrone, incassando il 44,1% dei consensi, seguito da Huckabee al 21,9% e da Ron Paul al 16,8%; chiude il favorito alla nomina John McCain al 15,5%.

Nel Montana, abbiamo Mitt Romney al 38,3%, seguito dal nostro Ron Paul al 24,5%; dopo John McCain, al 22%, ed Hucka al 15%.

Il North Dakota vede piazzarsi per primo Romney al 35,7%, seguito da McCain al 22,3%, seguito per un soffio da Paul al 21,3% (stiamo parlando di meno di 200 voti); infine Huckabee al 19,9%.

E tutto sommato, anche nel Minnesota non è andata malissimo (viste le percentuali negli stati della costa Est ed Ovest), dove Paul è quarto ma con un 15,6% di voti.

Ma non è finita qua. Passiamo al caso Maine. Perché "caso"? Semplice. Tutti i media si sono fermati al 68% o giù di lì del voto scrutinato. In questo importante (per immagine più che per numero di delegati) test immediatamente pre-SuperMartedì, nessun media di rilievo (NY Times, CNN, etc) ha dato il risultato finale. Tutti presi dalla foga del martedì? Forse. O forse il risultato avrebbe potuto creare qualche problema di equilibrio e dunque era meglio far finta di nulla. E sì, perché da voci non controllate (ma se nessuno fornisce i dati ufficiali...), sembrerebbe che nel Maine il più votato sia stato proprio Ron Paul. Quanti nel SuperMartedì non hanno votato Ron Paul perché non avendo vinto mai era creduto un voto inutile? Non lo sapremo mai. Però, qualche dubbio, io ce l'ho (anche perché i media americani la stanno facendo molto sporca in questa competizione). Tra l'altro, le proiezioni dei delegati finora ottenuti sono appunto proiezioni, e la fuga definitiva di qualcuno non c'è stata.

Alaska, North Dakota, Montana, Minnesota, Maine. Da Nord Ovest a Nord Est il fronte libertario è più vivo che mai (e non dimentichiamo il Nevada). Mi chiedo se questa composizione geografica è casuale, oppure c'è qualche motivo strutturale e/o culturale per cui gli Stati confinanti con il Canada hanno espresso il voto in questo modo. Attendo pareri!

In ogni caso spero che Ron Paul si candidi come indipendente. La battaglia non è finita finché non è finita.

UPDATE
: Come ha notato anche Matthias nei commenti, nello Stato di Washington (in cui si è votato il 9 febbraio) Ron Paul ha ottenuto il terzo posto, con il 20,77% (guardando le percentuali degli altri stati in cui si è votato lo stesso giorno, si nota che lì non ci si è comunque scostati dal 5%). Dunque il Nord si conferma fronte libertario, dal Pacifico all'Atlantico. No, non credo proprio sia una coincidenza...




24 settembre 2007

gli Stati contro il Governo Federale: difendono la loro sanità pubblica

Questa news, insieme al caso di S.Francisco  mostrano che la scena degli ospedali che lasciano i moribondi non assicurati al di fuori delle porte a vetri ad apertura automatica accade ad Hollywood mpolto più spesso che nella realtà. Le assicurazioni private esistono, è vero, ma non è altrettanto vero che non esista "sanità pubblica"... anche per gli immigrati.

Ed infatti lo Stato di New York ha deciso di ricorrere il tribunale nei confronti dell'Amministrazione federale in seguito alla decisione di quest'ultima di rendere inaccessibile il trattamento di chemioterapia agli immigrati illegali, escludendolo dalla voce "emergenze mediche".

Da Albany tuonano e, intanto nero su bianco chiedono all'Amministrazione Bush spiegazioni sull'ultima mossa che indica - sostengono - l'impegno per escludere i non-assicurati dal fruire dei servizi pubblici per la salute.

I medici, non il governo federale - sottolineano nella dura missiva -  devono determinare quando è imperativa la chemioterapia, mentre Albany fa osservare che la tanto criticata politica di Washington è un boomerang che rischia di trasformarsi in una vera emergenza.

È accaduto il mese scorso che l'Amministrazione federale ha comunicato a quella statale di New York che non sosterrà più in concerto con lo Stato i "matching funds" per chemioterapia, in rispetto - sostengono - al programma federale "medical emergency".

L'Amministrazione statale di New York è in buona compagnia in quella che si preannuncia un'aspra battaglia nelle aule dei tribunali federali. In risposta alle ultime restrizioni dettate da Washington gli Stati di New York, New Jersey e Connecticut - oltre ad altri 20 dell'Unione - hanno deciso di estendere i pieni benefici di Medicaid - l'assistenza sanitaria per indigenti - utilizzando i fondi statali per assistere gli immigrati illegali che vengono esclusi dal provvedimento federale.

L'assistenza Medicaid è stata ampliamente scrutinata dall'Amministrazione Bush, negando in maniera sempre più aggressiva gli interventi finanziari a copertura dei servizi d'emergenza, secondo quanto asseriscono addetti ai lavori e organizzazioni a difesa degli immigrati. Da Washington non tarda ad arrivare la risposta mediatica alla lettera di Albany, anche se non intendono discutere il problema "chemioterapia" sollevato dall'Amministrazione statale di New York.

Il direttore del Center for Medicaid and State Operations, Dennis Smith si trincera dietro le parole lapidarie ufficiali di rito. "L'interpretazione fornita dall'agenzia da lungo tempo è che i benefici forniti dall'emergenza Medicaid sono riservati a interventi di emergenza" ha detto il funzionario. Da parte degli "addetti alla salute" di Albany dicono di non comprende l'accanimento di Washington sulla pelle degli immigrati illegali sofferenti di tumore che - peraltro - rappresentano uno sparuto numero di casi nel mezzo milione di illegali che si stima vivano nello Stato di New York. Attraverso altri programmi finanziati da fondi federali, ad esempio le  mammografie sono effettuate gratuitamente o a costi minimali, ma se poi si nega il trattamento delle pazienti, è come affondare il coltello nella piaga.

"Certo, consentire di diagnosticare il cancro al seno e poi creare ostacoli per il trattamento è semplicemente un'orrenda linea di condotta" sbotta Donna Lawrence, direttrice esecutiva dell'organizzazione Susan Komen for the Cure di New York.

Se la polemica - che rimbalza dai palazzi del potere delle due capitali - divampa da alcune settimane, sono anni che tra Amministrazioni e giustizia continua il dibattito in merito, senza che mai sia stata fornita  una chiara definizione di "emergency".

L'Amministrazione statale di New York non ha dubbi: l'emergenza - precisano - diventa tale in qualsiasi condizione che richieda un intervento urgente o che può procurare morte se l'emergenza non è affrontata.

Il commissioner statale alla Salute, Richard Daines insiste sul fatto che se i medici ritengono che la chemioterapia è necessaria, allora viene considerata un'emergenza.

"Affermare che il paziente non è qualificato è come infliggersi del male, perché quel caso poi si trasformerà in un'emergenza" fa osservare Daines, che sulle restrizioni federali imposte sull'assistenza agli illegali aggiunge "l'Amministrazione Bush fa di tutto per ostacolare". Secondo le stime statali, il governo federale ha finora negato 60 milioni di dollari in "matching funds" per emergenze Medicaid dal 2001 all'anno scorso, compresi anche gli 11 milioni per chemioterapie.

La stessa domanda tuttavia se la pongono anche dall'altra parte dell'America. Lo Stato di Washington ha chiesto al governo federale di chiarire la definizione di servizi d'emergenza medica.

Mentre non sono disponibili i numeri in termini di immigrati illegali deceduti per tumore, si sa però che a New York muoiono 15 mila residenti all'anno stroncati da tumori.

Lo Stato di New York sfida ora la decisione federale, sostenendo che il trattamento di chemioterapia rispetta in pieno le procedure di emergenza indicate da Washington, basandosi sul fatto che in determinati casi, come ad esempio in presenza di tumori al cervello o alla spina dorsale, è  richiesto un immediato intervento chemioterapico.

I prezzo che paga Medicaid per queste terapie è relativamernte basso rispetto all'intero budget che per la maggior parte viene assorbita dalle cure prestate a puerpere e al parto.

Agli ospedali pubblici della città di New York si rivolgono 400 mila pazienti all'anno sprovvisti di assicurazione sanitaria e tra questi figurano anche gli immigrati, ai quali - precisa l'amministrazione ospedaliera - sarà assicurato comunque il trattamento chemioterapico, a prescindere dai risultati della diatriba tra Albany e Washington. Se non ci sarà rimborso da Medicaid - fanno però osservare - allora si renderà necessario provvedere altrimenti per reperire i fondi necessari.



19 settembre 2007

Ogni due settimane il pianeta perde una lingua

Nel mondo ogni due settimane scompare una lingua. Dei settemila idiomi ancora oggi parlati la metà sono in via d'estinzione e scompariranno entro il secolo. Alcuni linguaggio scompaiono con la morte dell'ultima persona che la parlava, altre scompaiono gradualmente in culture bilingui, quando vengono sopraffate da quelle parlate a scuola o dai mezzi di comunicazione. Cinque regioni nel mondo sono quelle più a rischio: Australia del Nord, Sud America centrale, area del Pacifico settentrionale del Nord America, Siberia orientale, Oklahoma e Stati Uniti orientali.

Lo studio è basato su ricerche sul campo appoggiate oltre che dalla National Geographic Society, dalla Living Tongues Institute for Endangered Languages ed è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista National Geographic e sul sito web www.languagehotspots.org. Metà delle lingue del mondo non hanno forma scritta e sono pertanto più vulnerabili ad essere dimenticate, ha detto David Harrison, linguista allo Swarthmore College: «Quando queste lingue scompaiono non lasciano alle spalle un dizionario o un testo, nè il cumulo di tracce della cultura che le ha espresse».

In Australia dove quasi tutte delle 231 liungue aborigene parlate sono a rischio, i ricercatori hanno incontrato comunità minuscole di grappoli linguistici come i tre che parlano il Magati Ke, nei Territori del Nord o i tre Yawuru, nell'Australia occidentale. In luglio un ricercatore ha incontrato l'unica persona che parla l'Amurdag, un linguaggio di Territori del Nord già dichiarato estinto.

Sono in via di estinzione anche molte delle 113 lingue parlate sulle Ande e nel bacino delle Amazzoni dove spagnolo e portoghese stanno prendendo il sopravvento. La dominanza dell'inglese minaccia le 54 lingue indigene del Pacifico di Nord Ovest in Nord America, una regione che include British Columbia, Oregon e stato di Washington. In Oregon solo una persona parla il Siletz Dee-ni, l'ultima delle lingue un tempo comuni in una riserva indiana, mentre tra Oklahoma, Texas e New Mexico sono parlate ancora una quarantina di lingue indigene, ma molte di loro sono moribonde. (da Il Messaggero)



28 giugno 2007

Dan Cooper, un uomo una leggenda

Prima che quella dei dirottamenti diventasse un'assurda pratica omicida-suicida perpetrata da quegli zulù beduini metà scimmie e metà cammello dei fondamentalisti islamici, il dirottamento era una pratica criminale quasi romantica, se così si può dire: nessuno spargimento di sangue, soldi tolti a multinazionali, alle compagnie di assicurazioni, alle banche, od al governo federale, etc etc. Uno dei più famosi dirottatori americani, entrato nella leggenda, fu Dan Cooper.

Una piovosa notte del 1971, esattamente il 24 novembre, D.B. Cooper prese il controllo (da solo) di un Boeing 727 della Northwest Airlines, da poco partito da Portland (Oregon). Ordinò ai piloti di fare rotta su Seattle, e lì di farsi consegnare un paracadute e 200.000 dollari in contanti (almeno questa è la cifra ufficiale, ma potrebbe essere stato molto di più). Le sue richieste furono esaudite, e il Boeing ripartì da Seattle. Dopo il decollo, Cooper inviò la hostess nella cabina di guida e con l'aviofono ordinò ai piloti di mantenere la velocità fissa sui 320 km/h. Arrivati in corrispondenza del Lewis River, Cooper aprì il portellone posteriore e si buttò nel vuoto. Sembra che sorridesse  e fosse fiducioso, nonostante la mancanza di una tuta protettiva contro il freddo e la pioggia gelida. Da allora nessuno ha mai più rivisto D.B. Cooper.

Negli anni successivi, vennero ritrovati, nei boschi di quella zona, una targhetta di plastica proveniente da un portello posteriore di un Boeing 727, ed un paracadute. Nel 1980 invece, nel fango alluvionale del Columbia River, si rinvennero alcune delle banconote del riscatto. Ma mentre per l'FBI questa era un indizio del fatto che non fosse sopravvisuto (anche se il Bureau continuò a ricercarlo per gli anni successivi), il corpo, od i suoi vestiti, non furono mai ritrovati, nonostante le ricerche approfondite, che avevano appunto fatto venire alla luce quelle minuterie.

Vivi bene Dan, ovunque tu sia...



Identikit di D.B. Cooper diffuso dall'FBI


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permalink | inviato da coast2coast il 28/6/2007 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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