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26 aprile 2008

San Diego: squalo bianco attacca nuotatore

Dave Martin, veterinario sessantasienne in pensione, si trovava in acqua con un gruppo di nove nuotatori alle sette di mattina presso Solana Beach, "quando è stato morso ad entrambe le cosce da quello che riteniamo essere un grande squalo bianco", si legge in un comunicato del dipartimento dello sceriffo della contea di San Diego. Nella stessa nota si riferisce che Martin è stato trasferito in un vicino centro di soccorso, ma l'uomo è morto dissanguato prima che potesse arrivare l'eliambulanza chiamata d'urgenza. Immediate sono scattate le ricerche dello squalo - mentre è stato diramato un bollettino per ordinare ai bagnanti di non buttarsi in mare per le prossime 72 ore lungo un tratto di costa di 8 miglia. Se verrà appurato che l'attacco è opera di uno squalo bianco, in ogni caso l'esemplare non potrà essere catturato o ucciso, in quanto le leggi californiane lo considerano come specie protetta.
E' difficile che gli squali in queste acque si avvicinino così tanto alla costa, ma non certo impossibile. A differenza di quanto detto da Rai Uno alle 13.30, che un altro po' e parlava di "secoli in cui a San Diego non avvenivano attacchi", l'ultimo attacco mortale in questa città avvenne nel 1994, quando sempre uno squalo bianco attaccò ed uccise una venticinquenne presso Ocean Beach. Il mare è un regno in cui l'uomo è ospite. Mai dimenticarlo.






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permalink | inviato da InVisigoth the BountyHunter il 26/4/2008 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


26 aprile 2008

concluso il caso Bell: assolti i tre poliziotti

Riporto una sintesi asettica del caso Bell. Per quanto mi riguarda, sono sulla posizione di Bloomberg. La colpevolezza deve essere provata sempre oltre ogni ragionevole dubbio. Altrimenti l'imputato, fosse anche la persona peggiore al mondo, va assolto. Certo, questo non sempre può essere piacevole, ma ne va della bontà del sistema. Un'ultima cosa: prima di appiattirvi su sciocca retorica anti-razzista, guardate di che colore sono i poliziotti accusati.

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Sono occorsi meno di dieci minuti ieri mattina al giudice Arthur Cooperman della State Supreme Court di Queens per leggere il verdetto di non colpevolezza nei confronti dei tre detective dell'Nypd coinvolti nella morte, sotto una pioggia di 50 proiettili, dell'afroamericano Sean Bell il 25 novembre 2006.
Il giudice Cooperman ha detto che molti testimoni chiamati dalla procura - compresi gli stessi due amici di Bell rimasti feriti - semplicemente non si sono resi credibili. "Talvolta - ha sottolineato il giudice - le testimonianze sembravano non avere alcun senso".
Terminata la lettura molti sostenitori di Bell si sono scaraventati all'esterno del palazzo di giustizia di Kew Gardens gridando la loro incredulità, mentre i tre detective: Gescard Isnora, Michael Oliver e Marc Cooper venivano scortati da agenti del tribunale verso l'uscita attraverso una porta laterale.
Fuori, la gente raccolta dietro le transenne piazzate dalla polizia ha strillato "assassini, assassini!" e anche "KKK" all'indirizzo dei detective e un gruppo di scalmanati ha tentato di superare le barriere, ma è stato immediatamente riportato alla ragione dagli agenti presenti in gran numero, anche in assetto antisommossa.
Nell'aula del tribunale alcuni spettatori hanno ascoltato la lettura del verdetto con le lacrime che solcavano il volto e la vedova di Sean, Nicole si è immediatamente allontanata senza dire una parola, così come la madre del giovane, in lacrime.
Il verdetto è giunto a distanza di 17 mesi dalla morte del 23enne Sean Bell e del ferimento dei suoi due amici, Joseph Guzman e Trent Benefield, quando furono affrontati da un gruppo di agenti in borghese all'esterno del club Kalua nel rione di Jamaica,al termine della festa per l'addio al celibato di Sean che - a distanza di poche ore - sarebbe convolato a nozze con la sua compagna da molti anni, da cui aveva avuto due bambine.
Il procedimento giudiziario era proseguito per sette settimane giungendo alla conclusione lo scorso 14 aprile, presieduto dal giudice Arthur Cooperman della State Supreme Court,  in quanto i tre detective sotto accusa avevano deciso di rinunciare al procedimento con giuria popolare: una strategia questa che a molti era sembrata rischiosa al tempo, ma che ieri chiaramente ha avuto l'effetto voluto.
Prima del verdetto il giudice ha riepilogato i fatti di quella notte, concludendo che "l'azione di ciascun imputato non si può ritenere criminale".
Il sindaco Michael Bloomberg ha prontamente commentato il verdetto precisando "non ci sono vincitori in un processo come questo. Un uomo innocente ha perso la vita, una donna ha perso il futuro marito, due bambine hanno perso il loro padre ed un padre e una madre hanno perso il proprio figlio".
Incalzato dai giornalisti, il primo cittadino ha proseguito dicendo "la responsabilità del giudice Cooperman era di decidere sulla base delle prove presentate in tribunale. L'America è una nazione basata sulla legge e anche se non tutti concordano con il verdetto e le opinioni espresse in aula, accettiamo l'autorità della corte".

Il capo della polizia Raymond Kelly ha appreso il verdetto mentre partecipava ad un evento a Brooklyn e non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito. Ha però sottolineato che gli agenti interessati alla vicenda Bell restano soggetti ad azioni disciplinari da parte del dipartimento di polizia, precisando tuttavia che la procura federale ha chiesto al comando di One Police Plaza di prendere tempo per questo, almeno fino a quando la stessa avrà preso una decisione circa la possibilità di avviare un procedimento federale per violazione dei diritti civili nei confronti dei tre detective.
Durante i 26 giorni del procedimento si erano alternati al banco 50 testimoni chiamati dalla procura che sin dall'inizio aveva sostenuto la tesi secondo cui il gruppo di agenti in borghese ha agito in maniera disorganizzata, che aveva iniziato il turno sperando di effettuare un arresto o due per prostituzione nel locale a luci rosse a Jamaica, per finire invece sparando una sventagliata di 50 proiettili che hanno freddato Sean Bell e ferito in modo grave i suoi due amici che - secondo la polizia - dovevano essere armati, mentre è stato dimostrato esattamente il contrario.
"Chiediamo alla polizia di rischiare la loro vita per proteggere la nostra - aveva detto, tra l'altro, il sostituto procuratore Charles Testagrossa al termine del processo -. Non di rischiare la nostra vita per proteggere la loro".
Il caso Bell aveva riportato alla memoria un altro triste fatto verificatosi nel 1999 in cui perse la vita un immigrato africano, Amadou Diallo freddato con 41 proiettili dagli agenti dell'Nypd che avevano scambiato il suo portafogli per un revolver. Anche in quel caso gli agenti furono scagionati e la decisione scaturì in una proliferazione di manifestazioni di protesta con centinaia di arresti.


I detective Michael Oliver (a sinistra) di 36 anni ha sparato 31 proiettili, Gescard Isnora (al centro) di 29 anni ha premuto il grilletto 11 volte e Marc Cooper di 40 anni ha sparato 4 colpi. I primi due erano accusati di omicidio colposo e il terzo di comportamento pericoloso, mentre altri due agenti che avevano preso parte alla sparatoria erano stati scagionati sin dall'avvio dell'inchiesta.


16 aprile 2008

L'iniezione letale non viola la Costituzione

La Corte suprema negli Stati Uniti ha respinto il ricorso contro l'uso dell'inizione letale come mezzo per eseguire le condanne a morte. La decisione sul ricorso presentato da due condannati a morte nello Stato del Kentucky è stata presa con sette voti favorevoli e due contrari. Secondo la Corte il cocktail di tre farmaci non viola l'VIII emendamento, violazione assunta come base del ricorso dei due detenuti, secondo i quali se il cocktail non funzionasse potrebbe portare ad una morte dolorosa.

VIII Emendamento: Non si dovranno esigere cauzioni esorbitanti, né imporre ammende eccessive, né infliggere pene crudeli e inusitate (approvato il 15 dicembre 1791).




Ribadisco la mia posizione: sono favorevole ad un referendum di ogni singolo Stato sulla questione, in quanto la giustizia penale appartiene alla popolazione. La posizione emersa dal referendum sarebbe in ogni caso da accettare, in un senso o nell'altro. La questione "pena di morte", per quanto mi riguarda, concerne solo il grado di afflittività che la pena può raggiungere. E' una pena come tutte le altre, sia come natura che come funzione. E' giusto che sia la popolazione di uno Stato a decidere se contemplarla nel proprio ordinamento oppure no. Ogni altro discorso abolizionista (civiltà del diritto, utilità, etc) non ha senso, in quanto la pena è per sua natura afflittiva, non c'entra nulla con l'utilità (altrimenti il diritto penale stesso sarebbe inutile, visto che non elimina la criminalità), con la "civiltà" (è "civile" rinchiudere anche per un mese un uomo in una gabbia di 3 metri per tre? certo che no... ed allora, aboliamo le prigioni? Non è possibile). Il diritto penale è un fenomeno normativo eccezionale (nel senso di diverso) rispetto agli altri rami del diritto, e nella sua eccezionalità potrebbe contemplare anche questo tipo di pena. E non mi parlate di moralità: come si fa a definire "moralità" quello di uno Stato che garantisce a un omicida vitto, alloggio, cure pluridecennali, mentre parte della sua popolazione muore per fame e/o malattie?


14 aprile 2008

E' ufficiale: Barack Obama è un imbecille

... se fosse stato pallido, lo avrebbero trattati tutti come il cretino che è. Siccome è un mezzo africoide, allora tutti lì a dire "ci fa sognare". Ma prendetevi una camomilla, se avete problemi di insonnia!

L'ultima chicca (oramai ne ho perso il conto) del mulatto idolo delle folle liberal: ha insultato i valori e la gente dell'America operaia e profonda, facendo un po' la puttanella con i riccastri californiani. Il senatore mezzo negro (ne*ro è un insulto, mezzo negro non mi risulta) e mezzo hawaiano ha dato degli xenofobi bigotti alle "tute blu" della Pennsylvania: «Hanno perso il lavoro, e come sorprendersi che siano amareggiati, che si attacchino alle pistole, alla religione o all'antipatia per la gente che non è come loro, al sentimento anti-immigrazione o anti-libero scambio come modo di esprimere le loro frustrazioni», aveva affermato il candidato alla nomination democratica di fronte a una platea di ricchi contribuenti californiani a San Francisco.

«Obama deve scusarsi. Gli americani sono stanchi di politici che li giudicano con condiscendenza», ha detto la sfidante democratica Hillary Clinton, prendendo la palla al balzo. «È un elitario», ha rincarato la dose il candidato repubblicano John McCain. La squadra repubblicana ha sparato a zero su Obama: per Karl Rove, ex stratega del presidente George W. Bush, le parole di Obama gli costeranno le primarie della Pennsylvania, dove si vota il 22 aprile. Grover Norquist, un altro commentatore conservatore, è andato oltre in un'intervista alla Abc: «Il giudizio sulle tute blu - ha affermato - costerà al senatore l'elezione a novembre. Una buona notizia, ogni tanto, ci sta tutta...

Il senatore Hussein Obama si è infine scusato, ieri, per aver definito in quel modo, per il pubblico ludibrio di ricchi lobbysti, operai che si spaccano il culo dalla mattina alla sera, spiegando che le sue parole, pronunciate davanti a un pubblico di potenziali finanziatori elettorali a San Francisco «sono state mal scelte». Non ha detto che fossero sbagliate: mal scelte. Quando le scuse peggiorano le cose... Ma giocare liberi sugli alberi di banano spulciandosi con la sua compagna, anziché darsi alla politica?

PS:  (sì, oggi mi girano, ed anch'io mi attacco all'antipatia per chi non è come me ... problemi?)

 


12 aprile 2008

Il governatore repubblicano Schwarzenegger: non appoggerò divieto di matrimoni gay

Il governatore della California Arnold Schwarzenegger non appoggerà alcun referendum su un eventuale emendamento costituzionale che vieti il matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Nonostante il Governatore abbia in passato posto il veto a leggi che permettessero il matrimonio omosessuale, ieri al Log Cabin Republicans national convention a San Diego, di fronte a 170 persone, ha dichiarato che non appoggerà alcun emendamento alla Costituzione che li vieti in modo definitivo.
Schwarzy ha bollato l'iniziativa di un emendamento in tal senso "una totale perdita di tempo". "Penso che la nostra Nazione abbia bisogno di emendare la Costituzione per permettere anche a chi non è nato nel territorio degli States di diventare Presidente, non di emendarla per vietare il matrimonio omosessuale".
Mark Leno, avvocato californiano attivista per i diritti degli omosessuali, si è detto molto contento delle parole del Governatore. "Anche se in passato sono stato deluso dai veti posti da Schwarzenegger, sentirlo dire inequivocabilmente che si opporrà al refendum anti-matrimonio gay è stato meraviglioso".


San Francisco: il quartiere Castro a fortissima presenza omosessuale


9 aprile 2008

la caccia alle foche non è libertarian - parte II

So che vi rompo le palle con questo argomento, ma preferisco parlare di cose che abbiano una qualche utilità piuttosto che sprecare tempo e parole con l'inutilità fatta a sistema, ovvero la politica italiana delle due veline Berlusca e Veltrusca.
A una manciata di giorni dall’inizio della stagione, quest’anno la caccia alla foca ha già dato molti spunti per ripensare un’attività che in gran parte del mondo è considerata barbara, secondo molti pericolosa sia per l’ambiente che per gli uomini che la praticano e per alcuni anche inutile da un punto di vista economico.
Secondo l’Ifaw (International Fund for Animal Welfare), la caccia alla foca non è una risorsa primaria per l’economia del Newfoundland e Labrador, rappresentando «meno dello 0,5% del Pil provinciale», e anche per i cacciatori, i proventi di quella che è solo un’attività stagionale non è che una piccola parte dei loro introiti annuali. Per contro, questa attività sembra faticare senza il supporto finanziario del governo federale. «Nei tardi anni Novanta, si stima che circa 20 milioni di dollari sotto forma di sussidi siano stati forniti dal governo federale alla caccia commerciale alla foca in Canada», spiega l’associazione che precisa di non opporsi in alcun modo a una caccia, definita di sussistenza, che fa parte delle tradizioni del popolo Inuit.
In altre parole, soldi dei contribuenti canadesi, d’accordo o meno con questa attività, sarebbero stati usati per «lo sviluppo di nuovi prodotti di foca, per la costruzione e il miglioramento degli impianti di lavorazione, per la promozione governativa della caccia in Europa e la ricerca di nuovi mercati per questi prodotti». E queste iniziative a favore della caccia continuano ancora oggi: l’ultimo esempio in ordine di tempo è la delegazione canadese inviata dall’altra parte dell’Atlantico per scongiurare la possibilità di una messa al bando da parte dell’Unione europea dei prodotti ricavati dalla caccia alla foca.
Ma il versante economico è solo un punto di vista, e non il peggiore, sulla mattanza delle foche in Canada. Nonostante le nuove regole fissate dal governo, l’Ifaw, che ogni anno si occupa di monitorare sul campo la caccia, parla di abusi sistematici alle Marine Mammal Regulations. Il più frequente è il mancato controllo del riflesso pupillare per assicurarsi che la foca sia morta nel momento in cui viene scuoiata. «La velocità e non l’umanità è la regola», fanno sapere dall’associazione, spiegando che questo passaggio viene spesso saltato per risparmiare tempo e poter così passare alla preda successiva.

La precedente puntata qui




4 aprile 2008

Quarant'anni fa moriva il reverendo Martin Luther King Jr.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

(discorso pronunciato a Washington DC il 28 agosto 1963)



Nota: Preferisco di gran lunga questo tipo di ricordo, di un King all'apice della sua vitalità, che quello che per esempio fa quel ritrovo di mentalmente disadattati che è LuogoComune, di sapore vagamente necrofilo, che invece solleva le ormai stanche ed inutili teorie complottistiche sulla sua morte. Inutili, perché a distanza di quarant'anni, se altre sono le responsabilità, probabilmente i colpevoli sono morti, rendendo impossibile una loro difesa -diritto di ogni individuo- e pertanto rendendo impossibile la ricerca di una verità che non sia mero materiale a voce univoca per scrittori complottisti falliti in cerca di pubblicità). Stanche perché quell'omicidio nulla ha tolto al messaggio di King, ed anzi, paradossalmente, quella tragedia ha fatto sì che King non rimanesse confinato nell'attimo politico ma ne ha perpetuato (e continuerà a perpetuarne) il messaggio. Rendendolo così immortale fra i mortali.
LC non rinuncia a tirare in ballo anche, nel pezzo su Martin Luther King, l'11 settembre (che non c'entra niente), confermando che mentre la maggior  parte degli americani è riuscita a lasciarsi in parte alle spalle (per quanto possibile) quell'altra tragedia, per finti intellettualoidi (ma veri ignoranti) europei è la ragione di vita lo spingersi a vedere complotti anche dove l'evidenza scientifica dei fatti, ahimè, ha attribuito la responsabilità e raggiunto certezze. D'altronde la libertà di parola è anche possibilità per chiunque di dire qualunque fesseria gli passi per la testa. E crederci. A noi resta il dovere di una Santa Pazienza di matrice Kinghiana che ci deve far porgere l'altra guancia rispetto alle loro idiozie. Certo, senza esagerare...


2 aprile 2008

ragazzino uccide l'aggressore della madre salvandole la vita

Per difendere la madre ha ucciso un uomo. Un ragazzino di 12 anni di Landover (MD), vista la mamma aggredita da un malvivente, ha afferrato un coltello da cucina e lo ha ucciso con un fendente al collo. E' successo in una pensione della Prince George County, nel sud del Maryland.
Il ragazzino aveva appena finito i compiti e stava giocando a un videogame quando ha sentito le urla della madre - Cheryl Stamp - provenienti dalla cucina. E' corso ad aiutarla e l'ha trovata sul pavimento mentre il suo aggressore - Salomon Noubissie, un immigrato camerunese di 64 anni che viveva nella stessa pensione - la stava soffocando stringendole le mani al collo.''Continuavo a dirgli di fermarsi - ha raccontato il ragazzino alla polizia -. Ma lui mi ignorava e continuava a far male a mia madre il ragazzino ha afferrato il coltello e ha sferrato un colpo che ha reciso l'arteria giugulare dell'aggressore. L'uomo è successivamente morto in ospedale. La Pince George's County Police, date le circostanze in cui l'episodio è avvenuto, si trova davanti all'interrogativo se formalizzare o meno nei confronti del ragazzo l'accusa di omicidio. Le leggi dello Stato del Maryland consentirebbero, in teoria, che un soggetto possa intervenire in legittima difesa di un altro soggetto.

Inutile dire che in questa pagina si considera il ragazzino un piccolo grande eroe.



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1 aprile 2008

Caccia alle foche: prime battaglie navali in Canada

Un confronto tra le due barche c’è stato, questa sembra l’unica certezza su l’incidente accaduto domenica. Da qui in poi le due versioni divergono del tutto.
Secondo gli attivisti della Sea Shepherd, l’organizzazione fondata da Paul Watson e presente nel Golfo di St. Lawrence per documentare gli orrori della caccia alla foca, il vascello Des Goilliers della Guardia Costiera avrebbe speronato la loro nave, la Farley Mowat.
Stando al portavoce del Fisheries Department Paul Jenkins, invece, sarebbe stata la Fawrley Mowat ad avvicinarsi e girare intorno all’imbarcazione della Guardia Costiera.
Paul Watson ha dichiarato ieri che la sua organizzazione è in possesso non solo delle foto dello scontro ma anche di un filmato che, per usare le sue parole, «parla da solo».
«È successo due volte, quindi era intenzionale», ha poi dichiarato il fondatore della Sea Shepherd descrivendo il momento in cui il suo vascello è stato speronato.
Dall’altro lato della barricata, è Paul Jenkins del Fisheries Department a far sentire la sua voce: «Rifiutiamo del tutto queste accuse, sono solo storie», dice spiegando che dal suo punto di vista è la Farley Mowat ad aver avvicinato la Des Groilliers e ad averne sfiorato un lato. Gli attivisti di Watson, secondo Jenkins, avrebbero fatto tutto ciò per danneggiare l’immagine della Guardia Costiera.
L’equipaggio della Farley Mowat sembra molto sicuro di quello che dice, e Paul Watson ha confermato al telefono che la sua società sta riflettendo sulla possibilità di intraprendere azioni legali.
Non è questo il primo incidente a soli tre giorni dall’inizio della stagione. Circa 24 ore prima, nel capovolgimento di un’imbarcazione avevano perso la vita almeno tre cacciatori - un quarto, dato ancora per disperso, è probabilmente morto. Parlando dell’accaduto, Watson dice che questa è una ragione in più per mettere fine all’uccisione delle foche.
«Con barche inadeguate secondo gli stessi regolamenti canadesi, questi uomini si avventurano in zone pericolose», ha detto il fondatore della Sea Shepherd.
______________________
Repetita juvant: qua i motivi per cui qualunque liberale, liberista o libertarian dovrebbe essere contrario alla caccia alla foca


La Farley Mowat con il suo equipaggio schierato a prua


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